martedì 26 maggio 2026

Wilson Harris

Risalire un fiume alla ricerca della fonte primigenia superando un limite dopo l’altro: la trama su cui si estende Il palazzo del pavone è a suo modo classica e lineare, con un debito dichiarato dallo stesso Wilson Harris a Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Lo sviluppo però è imprevedibile e stratificato tra mito, leggenda, sogno e visioni, con l’avvertenza che è molto probabile come “la letteratura trovi conferma in se stessa attraverso fossili sepolti curiosamente e segreti di un’altra era”. La dimensione temporale è la prima a svanire nelle correnti: gli spiriti irrequieti che aleggiano sulla navigazione costituiscono una coalizione di forze fluttuante e inafferrabile a cui anche Wilson Harris pare abbandonarsi, accettando il fatto che “in effetti l’inestricabile confusione paradossale impediva loro di stabilire dove si trovassero e che ruolo giocassero, se avessero compiuto qualche passo avanti verso un rapporto migliore, ciascuno con gli altri e con il proprio sé, e se non fosse stato soltanto una chimera fantastica”. L’equipaggio, che, inoltrandosi nella foresta pluviale si sta spingendo “ai confini del mondo conosciuto e sulla soglia stessa dell’ignoto”, viene presentato da Wilson Harris come una burrascosa comunità di “pazzi ispirati tesi al raggiungimento di quella frontiera mobile nella quale uno spirito potesse levarsi dai morti e governare il mondo reale del passato, ritennero che tutto fosse bello e buono. Bello e buono, ragionavano, era questo risorgere e riconoscersi. Eppure tutto sin dal principio destinato a una nuova sempiterna catastrofe: persino il fantasma di cui si sogna e che si riporta alla vita deve essere imbalsamato e restituito agli antichi tratti del desiderio vuoto di senso”. Donne, Vigilance, Wishrop, Jennings, Cameron, da Silva, Schomburgh e Carroll rappresentano una ciurma cosmopolita, agguerrita e disperata per cui “il tempo non aveva alcun senso” e nelle ondate che si susseguono la loro composizione si fa via via più rarefatta mentre lottano tra rapide impetuose e scogliere inarrivabili per “cercare la ferita nascosta da strati di autocompiacimento che celano codici opportunisti di vuota sopravvivenza”. La barca è spinta da fibrillazioni contrastanti: dalle percezioni tribali agli inganni coloniali, dalle dimensioni oniriche alle visioni ancestrali, le dimensioni del viaggio fluviale vengono alterate a più riprese in un contorno indefinibile “come se la luce di tutti i giorni e le notti passate svanisse”. Approdi e naufragi tendono a sovrapporsi e a confondersi: la scrittura di Wilson Harris, che è fittissima, ma a tratti anche ostica, rende Il palazzo del pavone metamorfico e mercuriale, una vera e propria odissea tropicale che si snoda come “un’ampia impressione, come una tela della natura dentro la quale tutto appariva perfetto e al tempo stesso incompleto e inconsistente”. Il destino dei navigatori, tra “l’inizio impossibile” e una meta che appare sempre di più come un miraggio evanescente, è una condanna a ripetersi e così se “ogni anno nuovo, per i cretini inizia un paradiso diverso”, nella sua densità simbolica Il palazzo del pavone mostra la “paura di riconoscere la vera essenza della vita”, che è all’origine di tutto, lassù o laggiù, dove l’acqua resta ancora un mistero.

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