lunedì 15 giugno 2026

Servando Rocha

L’odio dentro è impegnativo, urticante, scomodo fin dalle dimensioni, piuttosto voluminose. Eppure, per quanto tormentato, per niente politically correct (e non è un’avvertenza di rito: qui si sprofonda in “una Spagna fangosa, brutale e sconosciuta”), assemblato partendo da uno spericolato collage che tenta di riassumere la boxe, il rock’n’roll, il franchismo, gli sviluppi metropolitani di Madrid, “una storia segreta del pop” da West Side Story ai Beatles fino a Nina Hagen, è un racconto trascinante e avvincente. Tutto ruota attorno all’intenzione dichiarata di Servando Rocha, che ci si è dedicato per sei lunghi anni, di guardare “attraverso gli occhi di un delinquente che era solo un ragazzino, un legionario che si è fatto strada a pugni, un pugile quasi suicida, un sognatore dal cuore sempre spezzato, un uomo coraggioso e temerario che non si è mai arreso, un cattivo attore nel teatro della vita, qualcuno che lotta contro il tempo”. Si tratta di José Luis Pacheco alias Dum Dum, soprannome legato alle famigerate e proibite  pallottole a espansione, giusto per identificare il carattere. Cresce nelle periferie ancora segnate dalla guerra civile, dove il “caos urbano”, ovvero le speculazioni edilizie fomentate dal regime, stanno trasformando Madrid in una “città mostro” e nella miseria entra nella più agguerrita tra le bande giovanili Los Ojos Negros, invise all’ordine costituito, che è entrato ormai in una fase decadente dove domina un’endemica violenza, da e per tutte le direzioni. Il collegamento tra le devastazioni architettoniche, i territori abbandonati, le condizioni di promiscuità e un permanente senso di minaccia e di paura diventa fatale al punto che Servando Rocha si annota: “Le biografie di molti di questi ragazzi di strada sono intercambiabili. Tutti sanno, o sospettano, dove li condurrà quella vita, ma non hanno scelta. Solo i personaggi dei fumetti escono indenni dalle disavventure e sono capaci di s dare l’impossibile. Questa invece è la nuda e cruda realtà. No, non c’è via di fuga”. Il destino va affrontato e la parabola di Dum Dum Pacheco corre veloce e crudele: viene arrestato e incarcerato, dove sperimenta la furia sadica e spietata del regime, ma ne esce ancora più furioso e aggressivo, tanto da raggiungere la Legión Española. Non è l’unica contraddizione che contiene L’odio dentro: quando Dum Dum Pacheco scopre la vocazione per la boxe, è l’occasione per l’agognato riscatto. La sua tecnica è limitata, ma efficace ed è l’espressione della strada: attacco, gloria o morte. Combatte un centinaio di incontri, vince, diventa una star, arriva ai punti, va al tappeto, ma mentre la Spagna e Madrid in particolare sviluppano “masse verticali” nel periodo della transizione dopo la scomparsa di Franco, L’odio dentro continua a dominare e Servando Rocha sembra spiegare, con un filo di voce, che “i fantasmi e i terrori che aleggiano in questa storia hanno spinto ciò che è venuto dopo, tutto ciò che ha reso la violenza così normalizzata. Questo paese ha sempre annaspato in quel pantano. Una cosa del genere non svanisce dall’oggi al domani, si eredita e si trasmette, germoglia in altri luoghi, penetra negli ingranaggi della macchina, raggiunge il suo nucleo più nascosto”. Dum Dum Pacheco è una cicatrice vivente, ma attorno e dentro al suo personaggio, Servando Rocha scava dietro “un angolo di strada a notte fonda” e un pezzo alla volta, una ferita dopo l’altra, con una fotografia in bianco e nero o la copia di un giornale dell’epoca, con i ricordi degli incontri nei bar o le citazioni di Joyce Carol Oates o Neil Gaiman, estrapola una mastodontica e scrupolosa ricostruzione non soltanto della vita di Dum Pacheco e dei suoi accoliti, ma del clima plumbeo, corrotto e asfissiante e ipocrita nella Spagna prima, dopo e soprattutto durante il regime franchista. Detto questo L’odio dentro ha il pure pregio, non relativo, di evitare ogni moralismo di sorta ed è ancora lo stesso Servando Rocha a ricordarci che “la storia è un abito fatto su misura per ciascuno. Ora noi non siamo più di fronte a un resoconto di fatti e, spesso, di morti; ora è una grande tragicommedia, una grottesca opera rock, un’opera d’arte totale”. Questo è quello che fa la differenza, e questo è L’odio dentro.

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