martedì 12 giugno 2018

John Berger

John Berger è un autore che ha vissuto la scrittura in termini quasi rinascimentali. Sia che si tratti di critica, saggistica o reportage, sia che si tratti di narrativa, la sua visione sembra essere sempre in cerca di un quadro ideale, fosse soltanto una fotografia, un modello per identificarci, per capire, per arrivare da qualche parte. Perché, come scrive in uno dei passaggi più significativi di Sacche di resistenza “un luogo è più di un’area. Un luogo delimita qualcosa. Un luogo è l’estensione di una presenza o la conseguenza di un'azione. Un luogo è l'opposto di uno spazio vuoto. Un luogo è dove un avvenimento ha avuto o ha luogo”. Sacche di resistenza è una raccolta di saggi che, partendo in gran parte dalla pittura, affrontano con la consueta lucidità la vita dei tempi moderni. Allora non importa se l’argomento è Michelangelo piuttosto che Degas, Morandi o Brancusi, Rembrandt o Gianni Celati: John Berger usa la scrittura per interpretare paesaggi e dipinti con la convinzione che “noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assolutamente misteriosa, che nessuno vedrà mai”. Il metodo, molto scrupoloso, serve ad approfondire le condizioni della luce in Europa, almeno quanto per scandagliare il nostro quotidiano dove “tutto quello che ci è dato da condividere è lo spettacolo, il gioco che nessuno gioca in proprio e che tutti possono star a guardare”. Qui John Berger sembra ricorda, anche involontariamente, La società dello spettacolo dove Guy Debord sottolineava che: “Più la necessità viene a essere socialmente sognata, più il sogno diviene necessario. Lo spettacolo è il cattivo sogno della moderna società incatenata, che non esprime in definitiva se non il proprio desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno”.  Le Sacche di resistenza ribadiscono nella loro immediatezza attraverso piccoli bozzetti letterari, a volte veri e propri saggi, in qualche caso persino scambi epistolari  che “la nostra vita quotidiana è uno scambio costante con le apparenze da cui siamo circondati: spesso familiari, talvolta nuove e impreviste, ma sempre lì, a confermarci che esistiamo”. Nell’adottare un “modo di guardare” il passaggio attraverso la scrittura è inevitabile, e non solo perché, come diceva Francesco Biamonti, un altro narratore molto attento alla pittura, “scrivere è un disastro luminoso”. È proprio un esercizio di traduzione delle emozioni che John Berger definisce così: “L’atto di scrivere non è altro che l’atto di avvicinarsi all’esperienza di cui si scrive, proprio come l’atto di leggere il testo scritto, si spera, è un analogo gesto di avvicinamento”. È come ricalcare un ritratto, una linea dopo l’altra, e in fondo vederci comunque il nostro volto perché, così come sono raccolte nelle Sacche di resistenza, “la maggior parte delle profezie, quando sono esplicite, è destinata ad essere negativa, perché nella storia ci sono sempre nuovi incubi (anche se poi qualcuno svanisce) ma nessuna nuova felicità. La felicità è quella di sempre. Sono solo i modi per conquistarla che cambiano”.

lunedì 4 giugno 2018

Predrag Matvejević

Spiegando la “filologia del mare” che è l’anima di Mediterraneo, Claudio Magris scrive: “La cultura e la storia vengono calate direttamente nelle cose, nelle pietre, nelle rughe sul volto degli uomini, nel sapore del vino e dell’olio, nel colore delle onde. Matvejević cerca di afferrare il Mediterraneo, di abbandonarsi al fascino di questa parola ma anche di circoscriverne rigorosamente il significato, di tracciare limiti e confini. Egli insegue le varie piste mediterranee, quelle dei traffici dell’ambra e delle peregrinazioni degli ebrei sefarditi, dell’estensione della vite e del corso dei fiumi; i confini si fanno allora oscillanti e fluttuanti, ancorché coerenti e concentrici, disegnano ideali curve come isobare o creste d’onda”. Queste sono le tappe e la composizione del Mediterraneo è quella di un ecosistema intricato, anche per la presenza umana, perché “il sole del Mediterraneo talvolta toglie la ragione”, ed è qualcosa che ormai sperimentiamo tutti i giorni. Ne è certo Predrag Matvejević, convinto che “l’estasi o il sacrificio non riguardano solo la bellezza o la disperazione: si tratta forse anche di uno slancio o di una vertigine ai quali il Mediterraneo non ha osato dare dei nomi, che le stesse carte passano sotto silenzio”. Se “scegliamo innanzitutto un punto di partenza”, la prima panoramica che trasmette Predrag Matvejević è quella di un’area cosmopolita, termine che è stato deturpato, accantonato e infine dimenticato. Eppure, proprio “il Mediterraneo non è solo geografia. I suoi confini non sono definiti né nello spazio né nel tempo. Non sappiamo come fare a determinarli e in che modo: sono irriducibili alla sovranità o alla storia, non sono né statali né nazionali: somigliano al cerchio di gesso che continua ad essere descritto e cancellato, che le onde e i venti, le imprese e le ispirazioni allargano o restringono”. Così i confini, le culture, le fedi e i commerci e le migrazioni “sono immagini con le quali tendiamo a non identificarci volentieri: ciascuno di noi è talvolta un porto affondato, sull’Adriatico o sul Mediterraneo”. La metafora è ambivalente e comunque validissima visto che “nessuno conosce tutti i popoli che vivono lungo le coste, neppure essi si conoscono abbastanza. Qualche volta non sappiamo neppure bene cosa significhi in questo caso la parola popolo: una città o un paese, una nazione o uno stato, una cosa separata dall’altra o entrambe insieme”. Tra i mille esempi possibili nei labirinti di Mediterraneo, quello che può chiarire questa fondamentale definizione, riguarda i beduini: “Mi sono imbattuto nei beduini, dal Marocco fino alla Libia, dall’Egitto fino al Sinai e alla Siria. Non sono riuscito a conoscerli: dove e perché vanno, se partono o ritornano? Appartengono a qualche nazionalità, la cercano, ne hanno bisogno? Non si riesce a capire se la loro patria è il punto da dove partono o dove arrivano o persino il tragitto che compiono. Il loro stato è il deserto che per confini ha gli orizzonti”. Quelli di Predrag Matvejević sono ampi e risoluti e rendono omaggio alla fitta tela del Mediterraneo spaziando dall’olivo a Aldous Huxley, dalla cartografia (“Su certi punti della carta geografica la storia si consegue a vicenda e accumula più che su altri: gli avvenimenti sono più numerosi e forti, i movimenti più frequenti e decisivi”) alle lingue scomparse, dai mondi latini e bizantini, a quelli arabi e africani perché il Mediterraneo è ponte e frontiera, ferita e cicatrice, abbraccio e addio insieme. Tutto rientra in uno sguardo famelico , ben riassunto da Predrag Matvejević quando dice che “il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi. Lo vediamo anche come lo hanno guardato gli altri, nelle immagini e nei racconti che ci hanno lasciato: veniamo a conoscerlo e lo riconosciamo al tempo stesso. Abbiamo conoscenza anche dei mari nei quali non ci specchieremo né ci immergeremo mai”. Una bibbia laica del mare.

giovedì 31 maggio 2018

Mei Fong

Il numero 8, considerato simbolo della fortuna, prosperità e ricchezza in Cina (in Giappone è addirittura sacro) deve aver influito nella scelta di avviare la politica del Figlio unico nel 1980. Un programma di ingegneria sociale che puntava a ridimensionare la questione demografica, che è sempre “la” questione, sia quando è in tumultuosa espansione (all’epoca, in Cina), sia quando non lo è (in Italia, per esempio). Mei Fong riprende il discorso in un tripudio di 8, perché parte a cavallo del 2008, tra il tragico terremoto nel Sichuan e l’apertura delle Olimpiadi (avvenuta l’8 agosto alle 8, 8 minuti e 8 secondi dell’ora legale), ricordando che piegare il destino resta comunque un azzardo dato che, “ecco, in sostanza, come nacque la politica del figlio unico: un obiettivo economico, del tutto arbitrario, che ha cambiato il corso di milioni di vite umane”. Con trecentomila ufficiali addetti al programma e sottoposti a loro volta a rigidi controlli burocratici, le forzature (eufemismo) tra aborti, adozioni, contraccezioni non furono l’eccezione e la logica draconiana “meno quantità, più qualità” ha portato ad aberrazioni che hanno convinto Mei Fong a ripetere spesso che “gli animali sono meglio degli esseri umani”. Un luogo comune che qui ha un suo senso perché le legittime, spontanee e naturali inclinazioni degli individui vennero sorpassate e annullate dagli scopi supremi individuati dalla “commissione di stato per la pianificazione familiare”. La definizione parla da sé: le strutture orwelliane destinate a imporre il Figlio unico, sorvolando sulla sottile, impercettibile differenza tra persuasione e coercizione, hanno mantenuto fede agli obiettivi, ma non hanno potuto prevedere gli effetti collaterali, primo fra tutti l’invecchiamento della popolazione. In questo c’è una straordinaria, per quanto paradossale, coincidenza con l’Italia dove il Figlio unico (per la precisione: era 1,64 nel 1980 ed è arrivato in caduta libera all’1,37 del 2015 ) è stato una costante statistica parallela a quella cinese, ma per motivi mai approfonditi e comunque del tutto avulsi dalle logiche istituzionali. In Cina, Mei Fong non tenta di definire l’impatto di una prova così complessa in una nazione multietnica, già complicata dalla storia e dalla geografia e infine sottoposta al doppio regime, quello del partito e quello del mercato. L’analisi tende piuttosto a evidenziare gli sviluppi e i contrasti e Mei Fong è elastica quel tanto che basta da avere una visione concentrata sui provvedimenti e sulle leggi e nello stesso tempo da affrontare lo sviluppo generale verso la condizione femminile, quindi il matrimonio e i rapporti affettivi, in definitiva la natura stessa dei legami e della sessualità. Figlio unico non è soltanto la rappresentazione più efficace del passato e presente di un esperimento estremo: Mei Fong non si limita agli aspetti statistici, sociali ed economici ma affronta con scrupolo la ricognizione sulla sostenibilità di scelte e/o imposizioni nella sfera più intima delle persone. L’aspetto umano, dalle sofferenze delle donne al destino dei figli unici (valga su tutti la storia di Liu Ting) fino ai rapporti tra le generazioni, viene messo in risalto attraverso una ricostruzione diretta, sul campo, e insieme a una moltitudine di fonti accertate. Frutto di un lavoro denso e caparbio, Figlio unico permette a Mei Fong di giungere alla conclusione che “alla fine, il grande danno inferto dalla politica del figlio unico è aver costretto le persone a pensare razionalmente, forse troppo razionalmente, alla possibilità di diventare genitori, che invece è un grande salto nel buio, capace di estendere all’infinito la nostra comprensione di ciò che significa vivere e amare”. Per la cronaca, la politica del Figlio unico è stata abolita nel 2013, senza rimpianti e con molti, molti dubbi sui suoi effetti a lungo termine. In un anno privo di 8, non poteva che andare così.

lunedì 28 maggio 2018

Jonathan Coe

Si parte con un gruppo di studenti di Birmingham, nell’Inghilterra della prima metà degli anni Settanta. Scuola, musica, amore, amicizia, per loro. Conflitti sindacali, tradimenti, fughe e crisi esistenziali, per i genitori. Il clima è plumbeo, l’aria è pesante e l’impero in caduta libera. L’unica certezza, dovesse servire è che “i brocchi non ce la fanno. Sono di razza inferiore”. Una miscela esplosiva che Jonathan Coe racconta tracciando il panorama inequivocabile di una nazione decadente ed ingrigita e, nello stesso tempo, dell'impotenza di comprenderne l’evoluzione: “Era il mondo, il mondo in quanto tale, che era fuori dalla sua portata, tutta quella costruzione assurdamente grande, complicata, casuale, incommensurabile, quella marea incessante di relazioni umane, politiche, culture, storie”. Infatti sono proprio i piccoli dettagli dei legami personali che formano l’ordito principale che delinea La banda dei brocchi e su cui s’intrecciano anche cronaca e storia, dagli attentati dell’IRA (e qui non è difficile intuire un parallelo con il bellissimo Eureka Street di Robert McLiam Wilson) all’evoluzione delle vite di Trotter, Harding, Anderton e Chase. Attirati, come è sano e giusto che sia, dalle passioni musicali, in cui vedono uno dei rari momenti in cui sentirsi “meravigliosamente e inaspettatamente a posto”, perché “i piccoli problemi, come il fatto che eri senza soldi e non sapevi dove andare a dormire scomparivano in quel mare di accordi e sudore e birra e distorsioni e corpi che saltavano e si lanciavano frenetici per aria e poi per terra come pazzi senza quasi seguire il ritmo della musica”. Dettaglio, quest’ultimo, di importanza centrale per La banda dei brocchi: non soltanto perché c’è uno strato sottile, ma continuo e inesorabile di richiami musicali che, una volta di più, spiega quanto sia penetrato in profondità il linguaggio pop nella quotidianità delle nostre esistenze. La propensione alla musica è continua ed eccentrica, dove tutto è grigio e monotono, ed è una delle rare certezze che La banda dei brocchi vive nell’autunno del Regno Unito del 1973 e/o 1974. Solo che la stagione conflittuale e stridente di un’intera nazione si riflette anche sulla musica. La banda dei brocchi ripercorre un’epoca che dall’età d’oro del progressive quasi naturalmente, per reazione (o per rivoluzione), sfocia nel terremoto del 1977 e dintorni. Dai Jethro Tull agli Henry Cow (gruppo citatissimo), dalle derive fantasy degli Yes (basta ricordare le coloratissime copertine di Roger Dean) ai Genesis si passa al duro realismo dei Clash. Forse, anche due modi diversi di vedere e vivere la propria condizione: da una parte l’evasione, i voli pindarici, l’estetismo dei suoni e della tecnica; dall’altra, il rifiuto iconoclasta, spregiudicato, senza regole e incontrollabile. La banda dei brocchi è proprio lì in mezzo: “Era la fine del 1976, ricordate? Perfino in una terra di nessuno culturale com’era Birmingham si stava spargendo la voce di un nuovo genere di musica che si cominciava a sentire in posti come Londra e Manchester. Si bisbigliavano i nomi di gruppi come i Damned o i Clash e, naturalmente, i Sex Pistols. Era la gloriosa rinascita del singolo da due minuti. Basta assoli di chitarra. I concept albums erano finiti. I Mellotron? Verboten. Erano gli albori del punk o, nell’azzeccata definizione di Tony Parsons, del rock da sussidio di disoccupazione”. Le conseguenze saranno immediate, come acconta un membro della La banda dei brocchi: “C’erano certi gruppi di cui un anno prima discuteva animatamente con i suoi amici, e oggi anche solo i loro nomi avrebbero provocato veri ululati di scherno se faceva tanto di menzionarli”. Succede spesso anche a noi.

venerdì 25 maggio 2018

Jean-Claude Izzo

“Bastardo di Marsiglia, mezzosangue figlio della cultura spagnola e francese”, Jean-Claude Izzo è un appassionato anfitrione del Mediterraneo, visto con l’acuta percezione di un’odissea moderna, eppure in qualche modo primitiva e definitiva, dovuta alla certezza che “questo è essenziale, quando viaggiamo su queste rive: concederci quello che non potremo mai portarci via, che esiste nel solo istante in cui guardiamo, e che non fa parte dei ricordi ma del piacere di vivere”. La rete di Aglio, menta e basilico attinge in mari diversi: parte con la letteratura, dall’Edipo Re a Jim Harrison, attraverso una voracità insaziabile di storie, personaggi, lingue, atmosfere, perché “l’immaginario è una realtà, a volte più reale della stessa realtà” e si perde nel dedalo labirintico di Marsiglia, una città con la forma di avamposto lungo le coste trasformate in frontiera. La trasformazione del Mediterraneo è l’elemento che fonde e mescola le parti di Aglio, menta e basilico in una sorta di guida, molto scrupolosa a ricorsi storici e alle forme geografiche. Il tema ricorrente dell’esilio, della transizione, di quella che Izzo chiama “erranza” svela forme d’incontro e indica i riflessi su altre sponde che invece sono state allontanate, deturpate, consumate e, come ha ben compreso Jean-Claude Izzo “è qui che si gioca tutto. Fra il vecchio pensiero economico, separatista, segregazionista (della banca mondiale e dei capitali privati internazionali) e una nuova cultura, diversa, meticcia, in cui l’uomo rimanga padrone sia del suo tempo sia del suo spazio geografico e sociale”. Nel suo Mediterraneo è tutto meticcio, annodato e colorito: le letture, la musica, e così l’intreccio delle voci, come la trama dei ricordi e la composizione dei cibi.  L’idea di “una porta che rimanga aperta, sempre” è celebrata proprio dalla cultura di Aglio, menta e basilico (e pomodori, e frittura, e pizza mangiata sugli scogli), con il vino che rappresenta il giusto lubrificante per “l’oltraggio”, che poi è un altro modo per ricordare che “la felicità non ti viene mai regalata, te la devi inventare”. Basta poco: nello sguardo minuzioso di Jean-Claude Izzo filtra il Mediterraneo delle felicità possibili che dipende molto dall’arte di arrangiarsi con “con quello che offre la giornata”, sapendo che tutto sommato “domani è domani, tutta un’altra storia”. Non è fatalismo rinnovato per l’occasione: è una ricerca dell’essenziale, nei sapori e negli incontri, negli spazi e nelle parole, rimuginando sull’intima natura di un luogo che presuppone comunque un’altra partenza, finché come diceva un altro cultore del Mediterraneo, Predrag Matvejević, “diventa meno importante da dove siamo partiti e più fin dove siamo giunti: quel che si è visto e come. Talvolta tutti i mari sembrano uno solo, specie quando la traversata è lunga; talvolta ognuno di essi è un altro mare”. Pur nella sua forma assemblata, Aglio, menta e basilico è proprio così: mette in primo piano “l’importanza di permettere alla realtà di trovare la sua logica” e in contemporanea cerca di fuggirgli, preferendo la contemplazione di un attimo, la ricchezza infinita di “ore e ore ad attendere quel momento, più magico di qualsiasi altro, in cui un cargo entrerà alla luce del sole al tramonto sul mare e vi scomparirà per una frazione di secondo. Il tempo di credere che tutto è possibile”. Persino ricordarsi di un bacio, solo perché sapeva di aglio: una contraddizione di termini che, grazie all’arguzia di Jean-Claude Izzo, da sola spiega l’intero ecosistema del Mediterraneo.

mercoledì 23 maggio 2018

Zigmunt Bauman

Si fa presto a dire barbari. L’identificazione era usata, fin dai tempi di Platone, per tracciare una linea di demarcazione, una frontiera nei paesaggi mentali tra il conosciuto e l’incognito che stava oltre il confine. Il luogo comune voleva che, passati i margini della civiltà ellenica, tutti fossero barbari. Una precisazione geografica, più che politica. Nel corso dei secoli quell’idea, dato che “la consapevolezza dell’esistenza di altri stili di vita mette a disagio, dal momento che rappresenta una sfida alla modalità quotidianamente accettata e praticata senza porsi domande né dubbi”, è stata modellata per ogni scopo, per ogni obiettivo, primi tra tutti quelli economici e, di conseguenza, militari. Come precisa Zigmunt Bauman nelle pagine iniziali di questo breve saggio, intenso e molto attuale, “il concetto di barbarie durante la modernità è stato usato come strumento e giustificazione per la conquista del mondo. Fornì la foglia di fico per nascondere le orribili e vergognose atrocità dell’imperialismo e del colonialismo. Permise di ribaltare le responsabilità: spostare l’obbrobrio etico e la condanna morale degli assassini alle loro vittime. Tale ribaltamento fu forse il più ingegnoso tra i meccanismi creati e impiegati nella lunga tradizione della strategia di incolpare le vittime”. Tra barbari e barbarie c’è una certa differenza che non va più cercata lungo un’ipotetica linea d’ombra che segue frontiere invisibili. Chi erano i barbari nella prigione di Abu Ghraib? Chi sono i barbari a Guantanamo? Dov’erano i barbari mentre nell’Europa “civile e liberale”, come ricorda Enzo Traverso, diventava “il laboratorio delle violenze del ventesimo secolo”? Il libro di Zigmunt Bauman risponde a queste domande in modo lucido e sintetico. E’ un’analisi linguistica, antropologica, sociologica, storica e geopolitica condensata in sessanta pagine che seguono “lo spettro dei barbari” e ne comprendono a fondo l’evoluzione, fino ad oggi, perché “la barbarie ha smesso di significare una fase preliminare precedente all’avvento della civiltà per assumere quello della ritirata della civiltà, apparentemente già vittoriosa. Ha assunto il significato di una negazione e in generale di fallimento dell’ordine civile”. Il barbaro è ovunque e la barbarie è in agguato in modo subdolo: non si tratta di orde vandaliche ai margini dell’impero o di invasioni imprevedibili, ma di una regressione in cui a furia di ritenere inferiori tutti gli altri, per comodità, per utilità, si sono perse le naturali dinamiche della convivenza e stanno scemando anche le regole perché, come scrive Zigmunt Bauman, “nell’attuale fase storica della civiltà, la totale o parziale assenza, sospensione, pigrizia, indifferenza o volontaria inefficacia della legge (a prescindere che sia esercitata, intesa o minacciata), sta diventando uno dei modi più comuni con cui la legge si manifesta”. Per questo si parla di “spettro dei barbari”: è uno specchio deformato che rimanda la sua stessa immagine. I barbari sono gli altri, finché possiamo dirlo noi. Un ritratto micidiale dei nostri giorni.

martedì 22 maggio 2018

Gabriel García Márquez

A poco più di vent’anni Gabriel García Márquez si ritrova a condurre una rubrica giornaliera in cui gli è permesso disquisire un po’ su tutto, dalle analisi riguardo L’importanza della lettera X alle notizie più spicciole e divertenti fino a conclusioni piuttosto lungimiranti quando scrive, nel maggio 1948, che “il nostro tempo lo riceviamo sprovvisto di quegli elementi che facevano della vita una giornata poetica. Ci è stato consegnato un mondo meccanico, artificiale, in cui la tecnica inaugura una nuova politica della vita”. Un’attenzione precisata in un articolo del mese successivo, dove mostra, anche nel ristretto spazio, di avere capito che “la gente di quest’epoca preferisce (preferiamo?) una pubblicità ingegnosa a tutte le parole di Pigmalione. Almeno, la prima ci lascia la soddisfazione di essere ingannati senza che ce ne rendiamo conto”. Gli Scritti costieri 1948-1952 sono ricchi di variazioni sul tema, dalla letteratura (Truman Capote, William Faulkner, Aldous Huxley, Sartre, Kafka) al cinema (Ladri di biciclette) fino al teatro, ma García Márquez scrive impunemente e con lo stesso entusiasta stile dell’autobus delle nove e dell’arte di fare colazione, del suicidio di Babbo Natale e delle possibilità dell’antropofagia, dell’amore tra tartarughe e tra gli esseri umani (perché “l’amore è sempre stato una piccola catastrofe”), della decadenza del diavolo e della peregrinazione della giraffa, di Candido e di Tarzan. Questa scintillante (e infinita) selezione giustifica quello che scriveva nel gennaio 1950: “Adesso, tuttavia, noi poveri normali vediamo arrivare con soddisfazione l’istante in cui ci sarà permesso, impunemente, di allentare le briglie alla nostra pazzia. Il carnevale ci permetterà di vestirci, di mascherarci nel modo che segretamente abbiamo desiderato durante i giorni normali. Così, vestiti come avremmo voluto esserlo sempre, saremmo stati trasportati in un sanatorio. Adesso no. Forse perché l’esercizio del diritto di essere matti è l’unico che ci permette di sentirci completamente naturali”. Eppure, anche nel suo variopinto balzare da un argomento all’altro, García Márquez non dimentica il ruolo (in qualche modo) istituzionale che occupa e se ne avvede così nel maggio 1950: “L’uomo della strada è, sicuramente, la persona che più preoccupa noi che scriviamo per i quotidiani. L’uomo della strada è uno, molteplice e contraddittorio, e non è solo d’accordo o in disaccordo, al contempo, su una stessa cosa, ma discute pure rabbiosamente con se stesso senza mai arrivare a una conclusione definitiva”. È un dato di fatto che costringe García Márquez a valutare in modo diverso la prolificità della usa rubrica rendendosi ben presto conto che “l’opinione pubblica, secondo l’opinione generale, è una signora che trascorre il tempo a dire qualcosa, pensando qualcosa di qualcosa, nella maggior parte dei casi, molto di niente o niente di molto, e il cui unico svago consueto consiste nel decifrare gli innumerevoli cruciverba oziosi che le offrono i quotidiani”. La grandiosità degli Scritti costieri 1948-1952 è anche il loro limite intrinseco nell’imprigionarlo in uno spazio e in una condizione che, per quanto soddisfacenti, non erano nemmeno lontanamente sufficienti per García Márquez. Quando per motivi famigliari si deve allontanare dalla rubrica, il caporedattore (e a sua volta scrittore) Héctor Rojas Herazo lo descrive così: “La temporanea assenza di García Márquez dalla sua incombenza quotidiana apre un vuoto fraterno in questa casa. Ogni giorno, la sua prosa trasparente, esatta, nervosa, si affacciava sul quotidiano trascorrere degli eventi. Sapeva, dall’eterogeneo cumulo di notizie, selezionare con l’innata eleganza del giornalista di razza quelle che, in basse alle loro possibili suggestioni, potevano offrire il miglior nutrimento ai lettori mattutini. Il suo stile si è imposto con rapidità nel nostro ambiente. A tal fine, possiede cultura e buon gusto, capacità veramente esemplari, grazie alla sua attività di scrittore di racconti e romanzi”. Ne stava già parlando al futuro.