lunedì 29 aprile 2019

Vladimir Orlov

Secondo un arcaico conteggio, riportato dall’autorevole Harold Bloom in Visioni profetiche, sarebbero 133.306.668 gli angeli caduti. L’origine della statistica resta oscura, ma viene spontaneo conteggiare in quel censimento anche i demoni di Vladimir Orlov. Sono creature davvero bizzarre che si occupano “di cataclismi, di sentimenti”, si trasformano in tori e si sfidano a duello a colpi di missili, si abbandonano a pantagrueliche abbuffate di pesce, vodka e birra, si annoiano osservando il tempo scorrere “nella brocca di terracotta” e mutano in forme impalpabili capaci evaporare contro i muri, di infiltrarsi nell’universo remoto come nelle particelle più elementari, ma nonostante siano onniscienti, restano impacciati, caotici e, in definitiva, molto umani. Fin troppo. Tra loro, Danilov, che in effetti è un ibrido scaturito da una relazione inammissibile, è il più tormentato. Si trova in esilio a Mosca dal 1943 (per quanto anni e calendari siano del tutto relativi) dove ha assunto le sembianze di un genialoide e squattrinato musicista. Un ruolo scelto con oculato criterio: da Paganini a Robert Johnson   un patto mefistofelico pare ineluttabile, ma anche perché “la musica come ogni altra arte, così come ogni altra scienza riflette il livello di evoluzione dell’umanità, la percezione che hanno gli uomini del mondo e di se stessi. Queste percezioni, certo, si modificano, ma ora sono ingenue e infantili. Gli uomini non sanno nulla di sé e del mondo! Per renderli più facile la vita, si sono muniti di qualche convenzione”. Ha suonato in balletti con titoli come Cronaca di un bombardiere in picchiata, deve districarsi nelle partiture di un ardito compositore, Pereslegin, in previsione di un concerto, ma si trova ad affrontare una moltitudine di incombenze. Circondato da suoi simili che possono scatenare calamità infernali, ma hanno bisogno il permesso per le ferie (firmato e timbrato), da gatti che parlano e “macchine che scrivono musica”, Danilov si innamora di Nataša (“Era per sempre e in ogni dove: negli spartiti, nei voli della bacchetta del direttore d’orchestra, sul palcoscenico, non solo nei movimenti di Giselle o della fremente Odette, ma nel fruscio del sipario, nel suono dei fiori che cadevano, anche se gettati dalla claque dell’artista Volodin, e a casa di Danilov, nelle sue fantasticherie mentre si cuoceva una frittata, e per le strade, tra la folla che si affrettava, presa dalla morsa del gelo. Persino nel golfo mistico, si voltava di continuo per vedere se per caso fosse arrivato”) e, per non farsi mancare niente, è perseguitato dalla ex moglie, Klavdija, che lo chiama tutte le mattine. Ed è solo l’inizio della sua ordalia terrestre: prima gli rubano la preziosissima viola Albani, poi viene convocato a giudizio dal simposio demoniaco. Convinto che “il mondo è una qualsiasi diavoleria, ma non è armonia”, Danilov è una contraddizione vagante e attorno a lui Vladimir Orlov crea una galassia irriverente e psichedelica, inafferrabile come la musica, ipnotica come una favola tradizionale. Solletica più le emozioni dell’intelletto, ma insieme alle perplessità degli spiriti afflitti (“A che serviremmo noi con i nostri sforzi e le nostre tentazioni! E chi siamo noi? Noi siamo tutti questi esseri e sistemi inanimati che viviamo nel nostro mondo? O siamo noi a vivere da loro? Noi consolidiamo qualcosa oppure gli nuociamo? È necessaria la nostra presenza nel mondo e in cosa consiste questa necessità?”), progredisce una metamorfosi singolare ed enigmatica. Lo stesso Danilov insinua il sospetto che sia tutta una messinscena perché “il toro, Klavdija, i faccendieri futuri, la viola Albani, il compositore Pereslegin e gli sforzi personali nella musica, ora tutto gli sembrava di scarso interesse. Quanto alla carta laccata con i caratteri color porpora dell’ora X, non erano altro che un sogno”. La cornice teatrale, multiforme, eccessiva ed effervescente è inevitabile, ma più ci si inoltra nei gironi danteschi al seguito di Danilov e più diventa evidente l’ambito comune e condiviso che poi sono “i pensieri, in particolare nell’uso che ne fanno gli umani, più spesso si palesano grazie all’espressione verbale. Ma la parola, ingabbiata dalla abitudini della lingua, è primitiva e misera, trasmette solo una parte del pensiero, a volte non quella più importante, lasciano da parte il movimento stesso del pensiero, la sua vita, i suoi fremiti”. È lì che si dibattono i demoni di Vladimir Orlov e sono “cattivi compagni”, non tanto nella versione della burocrazia sovietica quanto in quella di sant’Agostino, che a sua volta riprendeva da san Paolo, l’identificazione di “quello spirito che ora opera negli uomini ribelli”. Una definizione che vale anche per le imperfette progenie di Vladimir Orlov che, nemmeno con tutti i poteri immaginabili, riescono a concretizzare un qualche obiettivo e si ritrovano a confessare che “talvolta, in una qualche civiltà o per impazienza o per qualsiasi altra ragione, organizzi una bella scossa, una cosa tremenda, con inondazioni ed eruzioni, epidemie mortifere, esplosioni di sostanze mortali, spargimenti di sangue, incendi di capitali, odi fratricidi, sofferenza del pensiero, ma lasci loro la vita, vedrai che più tardi, non subito, pian piano, tutto si metterà a rifiorire in modo poderoso e rigoglioso, come l’erba sull’humus”. Imprevedibile e fantastico (in tutti i sensi), ma puntuale del tracciare i destini di dei, demoni e uomini, che non sono mai così distanti.

giovedì 11 aprile 2019

Robert Forster

Più che il memoir di una rock’n’roll band, per quanto atipica e insolita come sono stati i Go-Betweens, Grant & io è la storia di un articolato legame cresciuto, maturato e moltiplicatosi attorno alle canzoni che Robert Forster narra ripescando una vocazione per le parole fiorita molto presto, come ricorda nei tratti iniziali del suo racconto: “Quella consapevolezza arrivò a sette anni, mentre vedevo i giorni ruotare nel vento asciutto, settimana dopo settimana, e sperimentavo una vita tanto regolare quanto quella che non avrei voluto vivere”. La contraddizione che scaturisce dal ricordo infantile è tale solo in apparenza: “dentro e fuori i Go-Betweens” Robert Forster è meticoloso nel mettere l’accento sulle dinamiche dei rapporti, a partire, va da sé, dal connubio con Grant McLennan. Dal loro primo incontro (“Mentre nella stanza gli altri ragazzi si scrutavano nervosamente, Grant e io ci salutiamo come amici perduti da tempo, cosa che, in un modo che non capiremo mai, siamo”) in poi Robert Forster spiega senza reticenze, e pur elencando tutti i dettagli e gli aneddoti con un certo garbo e, nei confronti di Gran McLennan anche con qualcosa in più di un particolare riguardo, non nasconde nulla, centellina tutti i nomi, non perde mai di vista il delicato e difficile equilibrio delle persone dentro le forme rigide e nello stesso tempo fluttuanti della rock’n’roll band. Grant & io si legge senza sosta lungo le montagne russe che hanno distinto l’esistenza dei Go-Betweens e a differenza di molti altri suoi simili non nasconde secondi fini, analisi posticce o scopi occulti e non ha niente da recriminare o da rivelare. La qualità della scrittura, costruita con un tono molto cordiale e colloquiale, con una sua eleganza e una sua praticità, senza particolari fronzoli o velleità, anche se non mancano ampi riferimenti letterari, da Hemingway a Proust, da Fitzgerald a Isherwood, porta Grant & io a scorrere come un romanzo. Tanto che Robert Forster sembra il personaggio di Martin Amis in Territori londinesi dove diceva: “Mi sento febbricitante, ma in estasi. Mi sento pieno di energia. Forse sono un sacerdote zelante, più che un romanziere, che butta giù le minute della vita reale. Tecnicamente sono anche, almeno mi pare, un antefatto, un accessorio del fatto, per per il momento al diavolo tutto quanto. Oggi mi sono svegliato pensando: se Londra è la tela di un ragno, io dove mi ci incastro? Forse sono la mosca. Sono la mosca”. L’immagine si adatta bene ai Go-Betweens, impigliati nelle maglie di una città che vive di musica ed è ricorrente perché “Londra può farti delle cose strane”: restare invischiati in un tour senza fine, vivere in uno squat, andare a caccia di un contratto discografico e, tutto sommato, vagare affamati e confusi con una vena di grazia e malinconia che Grant & io riesce a cogliere e trasmettere, e questo è forse il pregio migliore. È la stessa sfumatura che distingue la coabitazione del songwriting di Robert Forster con quello di Grant McLennan, le cui canzoni, come ha scritto Jonathan Lethem, “sono caratterizzate da una complessità e una consapevolezza che vorrei definire letterarie, e infatti le definisco così. Sono strane, bellissime ed emozionanti”. Pare sensata quindi la conclusione con Too Much Of One Thing tratta da Bright Yellow Bright Orange, e siamo già nel secondo (e finale) atto dei Go-Betweens: “Niente nella mia vita è numerato, nella vita niente è pianificato, pensi di avere uno scopo quando ciò che hai è una band, un filo sottile come quello di un ragno, sopra cui ballo, di questi tempi nulla è costante, torno a casa per avere un’occasione”. Bastava una canzone per dire tutto, ed è uno dei loro versi  più sinceri, dove, non a caso, la prima e la seconda persona singolare non si distinguono.

giovedì 4 aprile 2019

Caetano Veloso

C’è molto rock’n’roll in questo libro di Caetano Veloso e non solo perché il cantautore brasiliano è sempre stato un grande appassionato di musica in generale, ma anche perché la sua vita ha incrociato spesso le contraddizioni del cosiddetto secolo americano. La Musica e rivoluzione nel mio Brasile, come recita il sottotitolo di Verità tropicale, si sviluppa proprio da lì o come dice lo stesso Caetano Veloso, “in poche parole, io stesso potrei affermare che non vivo ciò che mi interessa nella mia creazione a partire dalla prospettiva del secolo americano bensì dal suo possibile superamento. Soprattutto perché nel secolo americano c’è ancora spazio per insistere nel fare degli Stati Uniti d’America il mastino di un gruppo razziale e religioso”. Per fare un esempio curioso, divertente e nello stesso tempo anche pertinente, bisogna giusto sfogliare le prime pagine, quando Caetano Veloso, come tutti i ragazzi della sua età, scopre la golden age del rock’n’roll a partire dal garage, come è giusto, ma con un deciso distinguo: “Quanto a me non riesco a non trovare buffo l’uso dell’espressione garagem (da garage) per definire un rock’n’roll selvaggio, essenziale e antiborghese, visto che sono cresciuto senza automobile e tra persone che non solo  non ce l’avevano, ma non potevano nemmeno sognarne di averne, un giorno, una. La semplice esistenza di un garage sarebbe stato per me uno status symbol”. Questo e i ritratti di Bob Dylan, dei Rolling Stones, di Elvis (“La figura di Elvis, il suo sound e la sua leggenda segnarono profondamente l’immaginario internazionale”) legano Caetano Veloso al rock’n’roll, ma poi ci sono il cinema, la poesia, le canzoni (“Cantare, va oltre il ricordo, va al di là dell’aver vissuto qualcosa un giorno, è più importante della vita, del sogno, è possedere il cuore di qualcosa”), Joao Gilberto e Gilberto Gil, Chico Buarque e Jorge Ben, la prigione (perché, magari ce lo siamo dimenticati, ma con i dittatori i cantautori finiscono in prigione, quando gli va bene) e la bossa nova. Quello che dovrebbe essere una specie di autobiografia, diventa il ritratto di una nazione, in una parola, il Brasile: “Dalla profonda oscurità del cuore solare dell’emisfero sud, dal crogiolo di razze che non necessariamente significa decadenza o utopia genetica, dalle nere (eppure vitali) viscere di un’industria dell’intrattenimento sempre più volta all’internazionalizzazione, dall’isola Brasile eternamente fluttuante, dal centro della nebulosa della lingua portoghese, arrivano queste parole che, pur nella loro semplicità, aspirano a essere testimonianza e ricerca sul senso delle relazioni tra gruppi umani, gli individui e le forme artistiche, ma anche delle realtà economiche e delle forze politiche: insomma sul gusto della vita alla fine del ventesimo secolo”. Non è necessario che vi piaccia la musica di Caetano Veloso, per scoprire Verità tropicale. Basta un po’ di curiosità per capire cosa succede dall’altra parte del mondo, dove, la musica (e il calcio, e il carnevale, e gli scrittori e molto altro) sono ancora una parte viva, integrante, creativa e innovativa della vita sociale e politica. Non a caso, Gilberto Gil è diventato a suo tempo ministro della cultura: comunque sia andata, è già un successo essere arrivato lì. Da queste parti invece, siamo ancora fermi ai vecchi burocrati per cui il rock’n’roll è la musica del demonio e l’I.V.A. sui dischi dicono di volerla diminuire ogni volta che l’aumentano.

Abdourahman A. Waberi

Nel mondo au contraire di Abdourahman A. Waberi Gli Stati Uniti d’Africa sono una civiltà evoluta, ricca, pacifica e nel fulgore del progresso. L’Europa e l’America sono devastate dal genocidio sistematico di questa o quell’etnia, dalla fame e dalla disperazione. È come se  Maya, la giovane artista protagonista del romanzo di Abdourahman A. Waberi viaggiasse dentro un riflesso spaccato, andando alla ricerca ai suoi estremi delle proprie origini. La lunga iniziazione di Maya comincia con un viaggio dalla Francia all'Etiopia e continua con una complessa formazione in cui deve scoprire il colore della pelle, la lingua, l’identità, il mondo in cui è nata (compresa la madre) e quello in cui è destinata a vivere. Nel suo pellegrinaggio l’unico avvertimento condiviso delinea meglio la prospettiva: “Cerca di tenere a mente l’essenziale: l’Africa era già al centro e vi è ancora. Da allora, poco o nulla è cambiato. Sotto la crosta terrestre, c’è sempre un mondo sotterraneo brulicante di vita”. A prima vista sembrerebbe un ritorno a casa, alla propria terra, alle radici africane e per certi versi è proprio così, ma la scrittura di Abdourahman A. Waberi ha un piglio illusionistico e, con quella leggerezza che potrebbe essere tutta di Italo Calvino, ribalta in allegria la realtà, tanto “nessuno ha una visione d’insieme, e non si può nemmeno pretendere che ne abbiano una”. Confondere le idee può essere molto utile ed ecco allora che Maya non torna solo in Etiopia, ma in uno degli Stati Uniti d’Africa, nazione florida e moderna, ricca e solidale, una sorta di paradiso in terra a dispetto dell’Europa e dell’America che versano nella miseria, nella paura e nella violenza delle guerre civili, scoppiata perché “la paura che hanno gli uni degli altri è esacerbata dalla profonda ignoranza, rispetto all’altro, in cui sono immersi fino al collo”. Fin qui, Abdourahman A. Waberi ha visto giusto, poi il gioco a rovesciare la realtà e la storia così come è andata, potrebbe sembrare persino banale, nel suo mettere in discussione le certezze consolidate nelle cronache quotidiane, ma ha il senso e la logica propria di una visione perché, come scrive Abdourahman A. Waberi, “la frontiera non si attraversa, si abita per un tempo brevissimo” ed è in quell'attimo che sta la differenza tra l’esilio e la fortuna di un paese in cui vivere. Non è tutto qui, perché nella finzione suprema degli Stati Uniti d’Africa, istituzioni, biblioteche e altri luoghi portano in memoria i nomi di esponenti dell’arte e della cultura afroamericana: da Fela Kuti a Marvin Gaye è una lunga catena che, tra le righe della narrazione, cuce e ricuce il filo delle letture, degli ascolti, delle visioni (e quindi delle passioni) di Abdourahman A. Waberi che, nel gioco delle citazioni, concede anche una piccola parte ad un personaggio di origine polacca di nome Ryszard a cui è facile aggiungere il cognome di quel grande reporter (e conoscitore dell’Africa) che è stato Kapuściński. Uno dei pochi ad aver provato il mondo al contrario e ad aver capito che a un livello nascosto ai più la Pangea, la terra all’origine dei continenti, sia ancora unita e che venga divisa solo da quel flagello apocalittico che è l’ignoranza dell’altro e dell’altrove. 

mercoledì 3 aprile 2019

Michel Onfray

Quanto mai sia necessario leggere, rileggere e comprendere Thoreau è il nocciolo del saggio di Michel Onfray che, usando un  canovaccio biografico, per quanto molto elastico, squaderna il pensiero di Thoreau in tutte le sue declinazioni, mostrando chiaramente il filo rosso che lo distingue dagli altri ipotetici “grandi” uomini. Thoreau vale sicuramente uno degli Uomini rappresentativi di Emerson e l’analisi di Michel Onfray è lineare, partecipata e rispettosa, ma anche volutamente limitata, perché concentra le note rilevanti con brevi cenni, cogliendone lo spirito più del senso o dei significati derivanti dall’interpretazione. L’idea di “vita filosofica” intesa come atto politico, comincia dall’infanzia perché “il bambino fornisce la trama all’adulto” e quindi nel legame con la wilderness. “La natura è trascendentale” diceva Emerson e nella Varietà degli scopi dell’uomo, come recita il titolo di una sua opera giovanile, Thoreau individua la meditazione e lo stretto legame rapporto con l’ambiente come capisaldi irrinunciabili e “l’immaginazione come elemento di felicità”. L’epicentro resta Walden che,   nella collocazione di Onfray, “contiene un’utopia politica” e  se c’è un’immagine simbolica, più delle altre,  sono le tre sedie, che Thoreau teneva nella sua capanna: una per sé, due per gli ospiti, proporzioni ridotte, ma giuste. Onfray ricorda inoltre che Walden ha precursori e ascendenti in Socrate, Diogene, Epicuro, Seneca e identifica Thoreau come  “il pensatore del fiume che scorre, il pensatore per il quale l’unica permanenza è l’impermanenza. Un pensatore vissuto immobile sul fiume”. A questo punto è necessario sentirlo in prima persona ripescando proprio da Walden quella che suona decisamente come un’apologia della vita nei boschi: “Se avete costruito castelli per aria, il vostro lavoro non deve andare perduto; è quello il luogo dove devono essere. Ora il vostro compito è di costruire a questi castelli le fondamenta”. Onfray opera anche una sintesi (riduttiva, ma sufficiente) delle “formule” di Thoreau, puntualizzando a più riprese l’idea del “contro-attrito”, destinata a bilanciare le ingerenze delle istituzioni, e riassumendo con efficacia come per lui l’artista non fosse “il pittore o lo scrittore, il poeta o il romanziere, l’autore teatrale o il compositore, ma chiunque, partendo da condizioni pur modestissime, cerchi di trasformare la propria vita in un’opera d’arte”. Una definizione appropriata a cui si accoda lo stesso Onfray: “Thoreau è un filosofo raro, uno di quelli che conducono vite filosofiche. Ha contemporaneamente pensato la propria vita e vissuto il proprio pensiero. Il bambino di una volta è diventato padre dell’uomo che è stato”. Pur sottolineandone le contraddizioni, in particolare in riferimento al saggio In difesa di John Brown, dove Thoreau parve abbandonare le pratiche non violente, Michel Onfray sottolinea che “la sua rivoluzione politica è dunque ecologica, individualista, spirituale, filosofica, ribelle e pacifica” e che “l’unica che valga davvero qualcosa e non faccia scorrere il sangue: l’unica che permette, cambiando sé stessi e invitando gli altri a cambiare, di mutare l’ordine del mondo”. Ritornando alla definizione iniziale delle illuminate personalità, aggiunge che “in questi nostri tempi democratici, il grand’uomo è colui che segue da solo la propria strada”, ma anche in questo Thoreau si distingue e “non invita a imitare lui, ma mostra semplicemente come si possa fare. Sta poi a ognuno inventarsi il proprio cammino, trovarsi la propria strada”. A saldo di ogni possibile analisi, la direzione resta quella tracciata dallo stesso Thoreau in un passo dei suoi Diari: “A me non importa se la mia visione della verità è un pensiero vigile o un sogno ricordato, se è alla luce o al buio. È il soggetto della visione, è soltanto la verità, che mi interessa”. Impeccabile.

mercoledì 27 marzo 2019

Marcus O’Dair

Come scrive Jonathan Coe nella prefazione, la longevità artistica e la popolarità di Robert Wyatt dipendono “dall’ampiezza delle sue vedute”. Lo dice anche il titolo, Different Every Time annunciando e sottolineando la cospicua varietà di sollecitazioni che La biografia autorizzata di Robert Wyatt ripercorre con una scrupolosa attinenza ai particolari. Il racconto di Marcus O’Dair è fluido, ricco di aneddoti, ricordi e testimonianze dirette. Adeguato nell’analizzare la figura di un intellettuale (sì, la brutta parola) moderno, ironico, coerente nelle idee ed eccentrico (come deve essere) nell'arte, dove per arte s’intende “qualcosa che non si può usare. Se è completamente inutile, è arte”. È anche simpatico, senza essere né pedante né agiografico e comunque privo di reticenze e/o omissioni. A partire dall’infanzia e dall’adolescenza, dove Robert Wyatt accende una precoce passione per il jazz, colpito in tenera età da Miles Davis, Ornette Coleman e Cecil Taylor, nonché dagli incontri al Ronnie’s Scott con Charles Mingus, Sonny Rollins e Thelonious Monk, che reputa (giustamente) più o meno degli dei. Nel frattempo c’è un primo tentativo di suicidio, una paternità precoce, la vita disordinata e povera che incrocia il rock’n’roll e la Beat Generation. Succede tutto in modo molto spontaneo perché Robert Wyatt, come ammette nelle primissime pagine di Different Every Time, vive “da sempre nel mondo dei sogni” ed è da lì che si propagano prima i Wilde Flowers, poi le avventure con i Soft Machine e con i Matching Mole che lo vedono protagonista nella versione del batterista a torso nudo, “sudato come un pugile” e capace di suonare tempi impossibili e di “cantare assoli di Charlie Parker nota per nota”. Forse è un eccesso, ma rende l’idea di quale essere musicale fosse (ed è ancora). In quel periodo si snodano gli intrecci, gli incontri e gli incantesimi con Jimi Hendrix, Syd Barrett, Keith Moon e con un diluvio di alcol, una presenza mai smentita. Questo è il lato uno e fila via in un attimo, diviso dal lato due, da un tuffo dalla finestra, il primo giugno 1973, in cui Robert Wyatt sfracellandosi al suolo perse l’uso delle gambe. La seconda metà di Different Every Time segna l’ingresso in quello a cui non saremo mai preparati, la vita vera, l’età adulta, e per Robert Wyatt significa la carriera solista che conosciamo per l’intensa ricerca musicale e una rinnovata consapevolezza sociale e politica. Quest’ultima non si traduce soltanto nell’adesione e nella condivisione di una lunga serie di battaglie (per i minatori, contro l’apartheid, per il disarmo nucleare), ma anche nell’intima accettazione del suo essere inglese, che traduceva così: “Siamo vittime di una strana maledizione: abbiamo vinto tutte le guerre a memoria d’uomo. Negli ultimi conflitti coloniali, alla fine abbiamo sopravanzato tutti gli altri, francesi, olandesi, spagnoli, e da allora la lingua inglese regna suprema. Poi abbiamo combattuto un paio di guerre mondiali, nelle quali è fin troppo facile riconoscere che stavamo dalla parte giusta. E su questo non peso che chiunque abbia un po’ di sale in zucca possa obiettare alcunché. Tuttavia i vincitori non riflettono mai su se stessi, a differenza dei vinti. Nella sconfitta c’è una sorta di grazia, che noi non abbiamo mai conseguito, mentre a me piacerebbe che guardassimo con quella grazia e quella modestia al nostro ruolo nella storia del mondo”. Il suo punto di vista diventa storico e politico diventa molto personale, ed è lì che lo riconosce Brian Eno, traducendolo così: “La componente politica e sociale ne è parte integrante quanto quella musicale. Lui è la miglior dimostrazione della propria filosofia, il che è piuttosto raro. Molto spesso le persone sono i peggiori esempi della propria filosofia, quasi s’aspettassero che qualcun altro la metta in pratica al posto loro. Ciò che colpisce di Robert (Wyatt), secondo me, è che vive la sua vita e che, da quel che posso vedere, non ci sono contraddizioni palesi tra i valori in cui dice di credere e ciò che fa come persona e come artista. Mi pare un pregio non da poco”. Rispetto alla musica, nel lato due di Different Every Time, spicca la storia di Shipbuilding, la canzone scritta dal produttore Clive Langer e da Elvis Costello (che poi la riprese in Punch The Clock) che, nell’interpretazione di Robert Wyatt ha trovato una sua forma definitiva. Shipbuilding a parte, se ne trova per tutti i gusti perché, tra lato uno e due, si rammenta che Robert Wyatt ha incontrato un manipolo di musicisti e ogni volta ha lasciato un segno, come è capitato con Paul Weller: “E che cazzo! Ti ritrovi a mettere le tue palle sul tavolo, il che cambia piuttosto le cose. E cambia anche la tua percezione delle cose. Sbattila in faccia al mondo e magari il mondo se ne uscirà con un sorriso. È uno strano effetto della musica”. Con lo stesso atteggiamento ha inciso canzoni che hanno cantato gli Chic e Billie Holiday, ha suonato con Carla Bley e i Pink Floyd, si è cimentato con I’m A Believer di Neil Diamond via Monkees e ha continuato a pensare che per viaggiare gli basta lo spazzolino, un cambio d’abito e la sua copia di Porgy And Bess. Completa Different Every Time una discografia (commentata) che è un bel riepilogo delle sue collaborazioni, compresa un’utile selezione di videoclip, anche a ricordare quello che cantava in Moon In June: “La musica svolge ancora le sue consuete funzioni, rumore di fondo per persone che tramano, seducono, insorgono e insegnano. Mi sta bene: non pensiate che me ne lamenti, dopo tutto è solo tempo libero, no?”. Premesso che il tempo libero non è un lusso, ma una necessità (ne converrà Robert Wyatt) quando è così, è anche qualcosa di più.

Douglas Adams

Ci mancano Douglas Adams e i suoi viaggi a zonzo nella galassia, in posti dove era più facile sentirsi meno extraterrestri che sulla terra. Torniamo a sfogliare la Guida galattica per gli autostoppisti sorridendo e incuriosendoci per universi così lontani eppure così vicini perché frutto della fantasia, di una fantasia che ormai, in genere, è ridotta a optional nemmeno tanto richiesto. Con Douglas Adams se ne è andato un pezzo di quel modo di vivere romantico dove scrittura e intelligenza coabitano con l’ironia e un’insaziabile voglia di conoscenza. Unita a un rara modestia che gli faceva scrivere nell’introduzione al ciclo completo della Guida galattica per gli autostoppisti: “Il fatto è che né io né gli altri scrittori sappiamo da dove ci vengano le idee e dove cercarle. O meglio, forse è il caso di puntualizzare. Se uno sta scrivendo un libro sulle abitudini sessuali dei maiali, probabilmente troverà più di uno spunto ciondolando per un’aia con un impermeabile di plastica addosso, ma se il suo settore è la narrativa, potrà solo bere una quantità industriale di caffè e comprarsi una scrivania che non si sfasci quando vi sbatterà la testa contro”. Il salmone del dubbio è un omaggio in un certo senso dovuto anche se, a scanso di equivoci, è difficile da considerare un romanzo. È piuttosto una raccolta eterogenea di materiali, che vanno dalla recensione di un concerto dei Procol Harum alla definizione della sua rock’n’roll band dei sogni, dalla colta prefazione a Sunset At Blandings di P.G. Wodehouse alle riflessioni sull’impossibilità di curare il post-sbornia di Capodanno. La parte di narrativa vera e propria occupa una settantina di pagine ed è l’inedito, ancora incompleto, che offre il titolo di questa raccolta. Più importante, nel contesto complessivo, il puzzle variopinto di interviste, interventi, corrispondenze, articoli e scritti assortiti che riesce però da dare un'immagine completa del Douglas Adams, uomo e scrittore con una sensibilità tale da toccare con acume e garbo la comicità dei Monthy Python e i disastri ecologici worlwide, i Beatles e l’influenza tecnologia, sapendo che in fondo il senso della vita è rimasto soltanto uno: “Siamo ormai tutti confusi e disorientati e poiché il mondo ha grande influenza su di noi, mentre noi non abbiamo alcuna influenza sul mondo, ci sentiamo alquanto stressati e alienati”. Ci sono anche i classici consigli per i principianti (“Innanzitutto renditi conto che, oltre a essere alquanto difficile, scrivere è un lavoro faticoso e solitario e, se non si è straordinariamente fortunati, anche molto mal pagato. Devi essere determinato, assai determinato a farlo. Poi devi scrivere qualcosa”), piccole annotazioni sullo stato delle cose (“Notiamo le cose che non funzionano e non notiamo quelle che funzionano. Notiamo i computer, non notiamo le penne. Notiamo i lettori di e-book, non notiamo i libri”) e, tra l'altro, una breve riflessione sull'ironia e sulla comicità che scritta da uno abituato a scambiare battute con i Monty Phyton, ci lascia davvero a bocca aperta: “Ma oggi tutti fanno i comici, anche le annunciatrici e le ragazzotte che leggono le previsioni meteorologiche. Ridiamo di tutto. Non più in maniera intelligente, non più per lo shock improvviso della battuta illuminante, ma in maniera stupida, implacabilmente stupida. Niente più docce nel deserto: solo fango e pioviggine dappertutto, illuminati ogni tanto dal flash dei paparazzi”. Forse per questo preferiva altre galassie. Forse sentiva già che questo mondo gli andava stretto.