Visto il carattere elusivo dei racconti di Augusto Monterroso pare giusto cominciare l’indagine partendo dal fondo, ovvero proprio dalle Opere complete che illustra i tormenti di un maestro responsabile e scrupoloso che arriva a chiedersi se i suoi lavori “sarebbero bastati a compensarlo dalla primavera che vide soltanto attraverso altri e del verso che non osò mai pronunciare”. Nello stesso modo, molti dubbi gravano anche su Leopoldo (le sue opere) che presenta i trascorsi di un autore “minuzioso, implacabile con se stesso”, immaginifico eppure irrisolto, visto che aveva soltanto “un difetto: non gli piaceva scrivere”. Non è una lacuna da poco, date le circostanze anche perché le sue velleità letterarie fanno fatica a distinguere retorica e sintassi, e infine si deve arrendere, accorgendosi che “lo stile, una certa grazia nel far risaltare i particolari, era tutto. L’opera superava la materia”. L’applicazione del paradosso è l’aspetto più appariscente della scrittura di Augusto Monterroso ed è evidente fin dall’inizio, in cui il protagonista di Mister Taylor allestisce un redditizio commercio di teste umane, ridotte ai minimi termini e mummificate. Altrimenti conosciuti come tsantsa, i manufatti di Mister Taylor hanno una gestione rocambolesca, ma tra le righe non nascondono una perfida allegoria dell’economia di mercato, non meno spietata di certi rituali amazzonici. La collocazione delle trame tocca ancora la realtà indigena nel geniale L’eclisse, un’avventura che ridicolizza gli atteggiamenti paternalistici e supponenti, non privi di connotati razzisti, verso le culture native. Le short story di Opere complete sono brevi, brevissime, compresse, sincopate, ma ogni volta sortiscono una sensazione strana, come di essere passati attraverso una porta verso una dimensione parallela. Succede quando il varco è garantito da un palcoscenico, luogo d’elezione di tutte le finzioni. Il primo che appare è con La presidentessa dove Monterroso spruzza un po’ di sana acidità sul protagonismo vissuto attraverso l’arte, la poesia e la beneficienza per i bambini affamati. Il secondo si vede con Il concerto e i personaggi padre e figlia si dividono tra affari e musica, potere e sofferenza, tutto in una manciata di pagine, prima che cali il sipario. Certe apparizioni non hanno bisogno di quinte e presentazioni e arrivano senza preavviso come il dramma dell’uomo più alto del mondo (Il centenario) o una visione psichedelica di una pagina, o poco meno, molto eloquente e con un titolo pleonastico (Vacca). I racconti sono atipici e con deviazioni improvvise che sorprendono, ma lo stile è sicuro, senza tentennamenti o incertezze. La grazia della scrittura è condensata nell’ironia che sfocia con naturalezza nel sarcasmo attraverso i giochi di parole e i calembour che distinguono lo stile di Monterroso, nell’arte della variazione del registro, dei soggetti e persino della forma grammaticale come succede in Sinfonia compiuta, che scorre senza interruzioni e privo di punteggiatura a parte un solitario e isolato punto esclamativo. L’imbarazzo della scelta comprende la dimensione epistolare di Una su tre, la schizofrenia impellente in Diogene pure, o l’estrema concisione di Il dinosauro che è una storia concentrata in una frase, una riga che lascia aperte infinite possibilità: “Al suo risveglio, il dinosauro era ancora lì”. Tocca al lettore immaginare il resto: le Opere complete sono in realtà lavori in corso, hanno bisogno di essere lette, rilette e reinventate, e buon divertimento.

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