L’ipotetico futuro di Libertà colpevole somiglia parecchio al nostro disastrato presente. Uno scenario di lavori in corso, dove le condizioni individuali sono limitate, a dir poco, in funzione della sicurezza e della convivenza. Una società gestita da un sistema dove è complicato persino fare un biglietto del treno e dove “in realtà ormai nessuno faceva più parte di nulla”. Orwell è dietro l’angolo e non ci piove, però nell’esordio di Jean-Yves Le Borgne, che è un avvocato penalista, l’invadenza delle istituzioni, che controllano ogni gesto è determinante, anche nell’identificazione dei profili: “Le cose erano chiare: il nemico era colui che minacciava la concordia volendo far prevalere una differenza. Si era capito che la diversità conduceva inesorabilmente alla divergenza e, nel giro di poco, allo scontro”. La situazione si nutre di ambiguità e così Libertà colpevole fin dall’ossimoro nascosto nel titolo è rivelatore: “Si era passati dal regno della forza, della contrapposizione e del conflitto all’obbligo letargico. La brutalità si era spenta insieme alla speranza”. In nome dello status quo, utile a un’invisibile interesse comune, l’unica concessione alla sterilizzazione dei conflitti (dalle religioni alle ideologie), definita e ordinata, è il fighting ball, con la rigida divisione tra i tifosi e l’impossibilità di restare neutrali. È una delle tante tappe nella fuga di Théo che passa in rassegna tutte le idiosincrasie della burocrazia statale. Parte da Parigi verso la provincia francese, dopo che l’idea di formalizzare il legame con Léa ha generato un pulviscolo di dubbi. Non si parla più di matrimonio e i limiti alla passione e al talento in funzione di una visione egualitaria hanno portato a un “livellamento” dall’École normale alla Sorbona, dove tutti sono uniti e divisi nel perimetro di questo “grande fratello” che si lascia dietro una lunga scia di interrogativi e speculazioni. Il viaggio dentro la Francia e poi verso l’America di Théo è anche un’esplorazione interiore delle possibili risposte personali a un impianto sociale che provvede a tutto e non concede nulla nel nome di una convivenza pacifica (almeno in apparenza) dove “il peace and love, divenuto l’immagine ideale dei rapporti umani, esigeva una somiglianza di preferenze, un’armonia di giudizi, l’abolizione di ogni alternativa, la condivisione unanime delle speranze”. La diretta conseguenza, che possiamo osservare di volta in volta seguendo le improvvisazioni sul percorso di Théo è che “la proclamazione di una verità non faceva più parte delle abitudini; ci si limitava a difendere un interesse personale e immediato, non un’idea generalizzabile”. La condizione collettiva richiede un’aderenza alle regole e una compattezza fine a se stesse e, come se ne ne avvede Théo, “Quando le cose hanno contorni netti, quando rispondono a una definizione, quando meritano la permanenza che un nome conferisce loro, quando ci si addormenta con la certezza di ritrovarle uguali, intatte, il mattino dopo, si prova quella strana pace del ritorno dell’identico”. Una crepa, nella Libertà colpevole, si apre sempre e a Jean-Yves Le Borgne va riconosciuto il fatto di averla individuata, sapendo che “un romanzo è anche irresponsabilità, immoralità gratuita, un modo per dare realtà ai fantasmi, e a tutto ciò che la vita vieta”. Molto interessante.

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