Il senso delle dimensioni in Flatlandia è un’astrazione che si sovrappone alla composizione della società britannica del diciannovesimo secolo, e da lì si propaga attraverso un’area fertile per ulteriori visioni distopiche, poi coltivate a più riprese. Le relazioni nel piano e nello spazio, i perimetri, gli angoli costituiscono una variabile determinante dell’allegoria di Edwin A. Abbott che inaugura una nazione strutturata e classista dove le forme, dai triangoli ai poligoni assumono significati specifici. Nella rappresentazione geometrica della stratificazione sociale, le classi sono delimitate dalle forme e, ancora di più, da un punto di vista. L’esempio è ben presto chiarito: “Posate un ago su un tavolo. Poi, dopo aver portato gli occhi allo stesso livello del ripiano, guardatelo di lato. Lo vedrete per tutta la sua lunghezza. Ma se ce l’avete dritto di fronte vedrete soltanto un punto. È diventato praticamente invisibile”. Le lunghezze sono relative, le regole, no: più lati, più distinzione, fino alla costruzione del cerchio, sublime e inarrivabile, e della sfera, che è già un altro mondo. I caratteri irriverenti non sfuggono alla determinazione della realtà, in particolare nella collocazione della condizione femminile nell’organizzazione sociale. La distinzione è nitida: con le donne “parliamo di amore, dovere, giusto, sbagliato, pietà, speranza e di altri concetti irrazionali e legati all’emotività, cose che non esistono e che sono state inventate al solo scopo di controllare le esuberanze femminili, mentre fra di noi e nei nostri libri utilizziamo un vocabolario completamente diverso, oserei dire un gergo. Pertanto amore diventa anticipazione dei benefici, dovere diventa necessità o convenienza, e altre parole conoscono mutazioni equivalenti”. Nella rigidità delle convenzioni, mutazioni e progressi, diversità ed esplorazioni sono un rischio preoccupante: la prospettiva è tutto e i contrasti diventano evidenti. La costruzione delle nazioni di Flatlandia, e poi Linealandia e Spaziolandia è puntigliosa e meticolosa, e le corrispondenze geometriche devono coincidere. L’irregolarità, in ogni sua declinazione, resta un’eventualità tutt’altro che rara, ma ha un costo. Le incongruità non sono tollerate, anche se spesso sono solo interpretazioni indistinte. Proiezioni ortogonali e assonometriche, linee rette e spezzate nella variegata nomenclatura di Abbott sono sollecitate dall’udito, dal tatto, dal colore e le deviazioni e le deformazioni dei soggetti riportano agli sviluppi orizzontali e verticali che, da una parte riflettono la città, e nel dettaglio stiamo parlando di Londra, e dall’altra la percezione di Abbott nell’identificazione di una società dove le persone sono oggetti, e viceversa. Non sfugge la metafora, ricca di provocazione, ma con una sua estrema eleganza visto che Abbott en passant ammette come “tutte le tangibili realtà della stessa Flatlandia sembrano solo il frutto di una fantasia malata oppure l’edificio senza fondamenta di un sogno”. Flatlandia (con la traduzione e la cura di Giancarlo Carlotti) è un crocevia complicato, in apparenza, ma lo schema, scivolando oltre l’ironia congenita di quadrati, pentagoni ed esagoni onniscienti, resta un classico nella definizione del potere che si fa esplicito nel momento in cui Abbott ricorda che “quando parlano di argomenti della massima importanza ma posti oltre i limiti dell’esperienza quotidiana, si rifiutano di dire da un lato che questo non può essere e dall’altro che deve essere esattamente così, e che loro sanno ormai tutto quel che c’è da sapere”. Spigoloso, ma ancora attualissimo, e sempre convincente.

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