Basato in gran parte su fatti realmente accaduti, La diga (nella traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella e con la postfazione di Luca Scarlini) condensa la solitudine di Tomi, rappresentante dell’industria, un uomo senza particolari qualità, il nemico, e quella di un’intera valle francese mutilata, per sempre. La mastodontica e irreversibile modifica del paesaggio alpino, che ha fatto sparire il villaggio di Seyvoz, sommerso dall’invaso, ha prodotto una proporzionale distorsione dell’immaginario con la generazione di livelli di percezione paralleli e contrastanti e l’accorrere di fantasmi, ricordi, leggende. Tomi, inviato riluttante dall’azienda, è predestinato ad assumere un ruolo determinante: aiutato da “un sonno bifasico” in cui i reperti onirici piano piano cominciano a sovrapporsi alla realtà, si rivela un animale notturno che si divide tra L’educazione sentimentale di Flaubert (“poche pagine non di più, affinché possano cristallizzarsi e sedimentarsi”), l’asta digitale per una creazione tribale, e un precario equilibrio fino all’incontro con l’enigmatica Marjorie, al seguito di un doppio whisky, “please”. Tomi sembra il protagonista di un film di Wim Wenders, dove tutto è fatto della materia proteiforme dei sogni, compresi un cane sulla soglia della sua camera, i pastori che lo fronteggiano sulla strada, gli echi delle campane che risuonano ancora e l’apparizione subacquea di una sirena nella Pompei lacustre che il bacino contiene e occulta da oltre mezzo secolo. I quattro giorni di Tomi lungo La diga sono intervallati dall’emergere del passato: nell’insindacabile retorica del progresso, le ferite restano aperte e le crepe nella memoria riportano la storia dell’immigrato Joaquim, che sarebbe piaciuta a John Berger, e la rivolta, con l’intervento delle squadre antisommossa, nel momento dello sgombero del cimitero, in vista dell’allagamento ormai avanzato. Joaquim è spagnolo ed è uno tra le migliaia di maestranze arrivate da tutta l’Europa e dall’Africa nella primavera del 1951 per innalzare La diga, “una sfida lanciata alla durezza della roccia e all’immensità dell’opera, si è parlato di un muro di 180 metri di altezza e 430 di lunghezza, un maestoso guscio di cemento modellato sulla valle”. Gli sforzi e le speranze di Joaquim finiranno su una targa commemorativa dedicata ai 52 operai morti in corso d’opera. Il futuro ha un prezzo, e non è a buon mercato. Le dimensioni del muro, che diventa una barriera attraverso lo spazio e il tempo incedono e sovrastano Seyvoz, come se il destino fosse ineluttabile. Quando, con un ultimo gesto di umana pietas nascosto nelle pieghe di un provvedimento burocratico, vengono aperte le tombe e rimosse le bare, lo scontro diventa inevitabile e sanguinoso, per quanto inutile. La scrittura a quattro mani di Maylis De Kerangal e Joy Sorman, è rarefatta, levigata, millimetrica: le parole sono scelte con cura sia che debbano centellinare i dati tecnici dell’impianto idroelettrico, sia che descrivano le molteplici forme del paesaggio, la flora, la fauna e/o creature e visioni. Se il substrato molto sfumato del cosiddetto “interesse strategico”, locuzione che autorizza a passare sopra tutto e tutti (e certo non in senso metaforico) resta inespresso, è perché è fin troppo evidente che La diga esprime tutto il senso della distanza da un’ideologia dello sviluppo insostenibile e (si è capito) catastrofica, dove insieme alla topografia di una civiltà, viene affogata anche la memoria. Le simbologie, a partire dalle cupe increspature dell’acqua, fino ai singolari contrattempi di Tomi, che diventa un involontario messaggero, rendono La diga un’occasione più unica che rara di mettere in discussione certe parole d’ordine, quei luoghi comuni che sottintendono e quelle scorciatoie che portano comunque, lì, allo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente e degli esseri viventi. Notevole, e quanto mai necessario.

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