La sempiterna diatriba tra l’artista engagé e quello bohémien immerso nelle sue velleità, è un dilemma sempre aperto e più che mai attuale. Ricalcando i saggi di George Orwell che compongono Nel ventre della balena, Ian McEwan prova a individuare le possibilità della creazione, per gli scrittori in particolare, e le responsabilità verso l’impegno. Comincia raccontando il bel rapporto di contrasti e connessioni tra lo stesso Orwell e Henry Miller, nell’imminenza della guerra civile in Spagna, che sbriciola gli ideali, e i legami. La distinzione tra i due parte da un piccolo e pratico ritratto di Orwell: “Metà della sua esistenza, la metà non dedita alla scrittura, si svolgeva in un mondo fatto di cose solide, refrattarie a qualunque astrazione. Mi piace pensare che questo tipo di impegno nel mondo materiale scaturisse dalla stessa fonte che rese possibile la qualità lucida, fattuale e pratica della sua prosa”. Sulla coerenza di Orwell, da lì fino a 1984, non si può aggiungere nulla, mentre Ian McEwan scrive che “la visione politica di Miller risultava sprovveduta, autoreferenziale, scanzonata”. Le differenti, se non proprio opposte, opzioni sono ben interpretate nel rapporto tra i due. Orwell coinvolto e schierato, fino ad arruolarsi; Milelr evasivo ed elusivo, e concentrato solo sulla sua vocazione perduta. Uno in missione, l’altro decisamente no, ma Ian McEwan rispetta entrambi e quello che intende come “lo spazio dell’immaginazione” si colloca come un territorio incognito, indefinito, in cui sia le convinzioni di Orwell, sia la desistenza di Henry Miller hanno una propria nobiltà. Pur tenendo presente la natura del conflitto in sé, il giudizio rimane in qualche modo sospeso, e così è ancora più sfumato l’accostamento tra Orwell e Camus, a partire dal loro mancato incontro. Forse è lo snodo più importante che offre Lo spazio dell’immaginazione perché “Camus, come Orwell, avrebbe dedicato la sua intera carriera di scrittore a riflettere sul rapporto tra il suo pensiero politico e la sua narrativa” ed entrambi, comunque, “si erano collocati fuori dall’ortodossia”. Ian McEwan ricorda ancora una volta la celebrazione di Camus della “divina libertà” nella musica di Mozart e il suo assioma che, senza distinguo, diceva che “i tiranni sanno che nell’opera d’arte c’è una forza emancipatrice”. Come Orwell e Camus, anche Italo Calvino “era ben consapevole dei confini tra militanza politica e libertà creativa” e la dissertazione che segue La giornata di uno scrutatore, riesce almeno a cogliere il senso di una presenza attiva in un romanzo. Anche se poi, tornando in definitiva a Orwell, è vero che “la prima cosa che chiediamo a uno scrittore è che non racconti menzogne, ma che dica ciò che realmente pensa, ciò che realmente prova”. Qui si apre un varco senza limiti verso l’attualità della politica e il ruolo dell’artista in generale e dello scrittore in particolare in una società sempre più complessa ed evanescente. I tempi della scrittura e della lettura spostano Lo spazio dell’immaginazione verso il mondo contemporaneo dove secondo Ian McEwan “c’è molto materiale da trattare, in narrativa, sempre che si trovi il modo per farlo, molto che obblighi il romanziere a uscire dal ventre della balena. Ma ciascuno dei temi in questione è anche limitato e provinciale, tarato su un arco temporale umano”. Con una certa generosità, Ian McEwan offre una carrellata di scrittori e scrittrici attuali che hanno tentato di uscire dal “ventre della balena” e suggerisce i nomi di Margaret Atwood, Barbara Kingsolver, Kim Stanley Robinson, James Bradley, Hilary Mantel, Jeanette Winterson e Richard Powers, ma Lo spazio dell’immaginazione è arricchito anche da Democrito e Alfred Perlès, da Joyce, Gide, Henry James, Auden e Nabokov che ricorda di “accarezzare i dettagli”, più che affrontare i grandi temi, e, ancora in ordine sparso, da Salman Rushdie, Aldous Huxley, Ford Madox Ford, E. M. Forster e Amitav Ghosh. Anche se poi tocca a John Updike ricordare che “assegnare all’ordinario la dose di bellezza che gli spetta” dovrebbe essere quel minimo comune denominatore su cui una certa convergenza si rende indispensabile.
venerdì 14 agosto 2026
lunedì 10 agosto 2026
Edwin A. Abbott
Il senso delle dimensioni in Flatlandia è un’astrazione che si sovrappone alla composizione della società britannica del diciannovesimo secolo, e da lì si propaga attraverso un’area fertile per ulteriori visioni distopiche, poi coltivate a più riprese. Le relazioni nel piano e nello spazio, i perimetri, gli angoli costituiscono una variabile determinante dell’allegoria di Edwin A. Abbott che inaugura una nazione strutturata e classista dove le forme, dai triangoli ai poligoni assumono significati specifici. Nella rappresentazione geometrica della stratificazione sociale, le classi sono delimitate dalle forme e, ancora di più, da un punto di vista. L’esempio è ben presto chiarito: “Posate un ago su un tavolo. Poi, dopo aver portato gli occhi allo stesso livello del ripiano, guardatelo di lato. Lo vedrete per tutta la sua lunghezza. Ma se ce l’avete dritto di fronte vedrete soltanto un punto. È diventato praticamente invisibile”. Le lunghezze sono relative, le regole, no: più lati, più distinzione, fino alla costruzione del cerchio, sublime e inarrivabile, e della sfera, che è già un altro mondo. I caratteri irriverenti non sfuggono alla determinazione della realtà, in particolare nella collocazione della condizione femminile nell’organizzazione sociale. La distinzione è nitida: con le donne “parliamo di amore, dovere, giusto, sbagliato, pietà, speranza e di altri concetti irrazionali e legati all’emotività, cose che non esistono e che sono state inventate al solo scopo di controllare le esuberanze femminili, mentre fra di noi e nei nostri libri utilizziamo un vocabolario completamente diverso, oserei dire un gergo. Pertanto amore diventa anticipazione dei benefici, dovere diventa necessità o convenienza, e altre parole conoscono mutazioni equivalenti”. Nella rigidità delle convenzioni, mutazioni e progressi, diversità ed esplorazioni sono un rischio preoccupante: la prospettiva è tutto e i contrasti diventano evidenti. La costruzione delle nazioni di Flatlandia, e poi Linealandia e Spaziolandia è puntigliosa e meticolosa, e le corrispondenze geometriche devono coincidere. L’irregolarità, in ogni sua declinazione, resta un’eventualità tutt’altro che rara, ma ha un costo. Le incongruità non sono tollerate, anche se spesso sono solo interpretazioni indistinte. Proiezioni ortogonali e assonometriche, linee rette e spezzate nella variegata nomenclatura di Abbott sono sollecitate dall’udito, dal tatto, dal colore e le deviazioni e le deformazioni dei soggetti riportano agli sviluppi orizzontali e verticali che, da una parte riflettono la città, e nel dettaglio stiamo parlando di Londra, e dall’altra la percezione di Abbott nell’identificazione di una società dove le persone sono oggetti, e viceversa. Non sfugge la metafora, ricca di provocazione, ma con una sua estrema eleganza visto che Abbott en passant ammette come “tutte le tangibili realtà della stessa Flatlandia sembrano solo il frutto di una fantasia malata oppure l’edificio senza fondamenta di un sogno”. Flatlandia (con la traduzione e la cura di Giancarlo Carlotti) è un crocevia complicato, in apparenza, ma lo schema, scivolando oltre l’ironia congenita di quadrati, pentagoni ed esagoni onniscienti, resta un classico nella definizione del potere che si fa esplicito nel momento in cui Abbott ricorda che “quando parlano di argomenti della massima importanza ma posti oltre i limiti dell’esperienza quotidiana, si rifiutano di dire da un lato che questo non può essere e dall’altro che deve essere esattamente così, e che loro sanno ormai tutto quel che c’è da sapere”. Spigoloso, ma ancora attualissimo, e sempre convincente.
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