lunedì 29 gennaio 2018

Théodore Monod

Reportage di lunghe traversate “da un mare all’altro” (da un oceano di acqua salata a uno di sabbia e rocce), Il viaggiatore delle dune è uno splendido omaggio al deserto e al viaggio nelle sue vastità. Affascinante perché per Théodore Monod “l’ambiente esterno è solo accessorio al dialogo interiore”, per cui i lunghi silenzi nel vento, le difficoltà sulle piste, la vita e la morte in un luogo che è pur sempre difficile definire come tale, diventano l’occasione per ridefinire alcuni importanti punti di vista, a partire dal fatto che “bisogna dunque rassegnarsi al carattere necessariamente parziale e frammentario delle nostre conoscenze, accettare di dire il poco che stato scoperto, attendendo di saperne di più”. L’idea di “indispensabile” è l’incisione principale da seguire, tra le numerose indicazioni di Théodore Monod. Il viaggiatore delle dune infatti non cede un passo a facili esotismi, anche se è ricchissimo di dettagli, di colori, di suoni e di sfumature del deserto, dei suoi animali e dei suoi popoli. I percorsi, o meglio, le cavalcate di Théodore Monod diventano l’occasione per riflettere sulle esigenze del viaggio in sé, sui limiti innati e comunque irrisolvibili delle nostre esperienze a cui Il viaggiatore delle dune si accosta con una sacrosanta precauzione: “Non dobbiamo dare spettacolo e, di conseguenza, abbiamo il diritto di scegliere, semplicemente, la praticità”. L’avvertenza è frutto dell’estetica del deserto, dei suoi tempi, della sua atmosfera che, come pare inevitabile, vanno affrontati, in fondo, con il gusto ultimo dell’avventura, così come la descrive Théodore Monod: “E poi si respira un certo sapore di libertà, di semplicità, per non dire di più, un certo fascino per l’orizzonte senza limiti, per il tragitto senza svolte, per le notti sotto le stelle, per la vita priva del superfluo, impossibile a descriversi, ma che forse riconoscerà chi l’ha a sua volta provata”. Dentro e dietro la mutevole superficie che Il viaggiatore delle dune accarezza con insistenza, cresce un articolato glossario, a testimonianza di una ricchezza di linguaggio e di argomenti (storia, archeologia, geologia e paleontologia) che Théodore Monod gestisce senza patemi, grazie anche al gusto divertito e all'ironia, compresa la descrizione della formazione geologica del Sahara, paragonata né più né meno alla crosta di una torta. Non bastasse, vince il premio citazione d’autore pescando da Walt Withman per l’epigrafe del primo capitolo: “Imbarchiamoci anche noi, anima mia! Con gioia, lanciamoci sui mari senza piste!”. La definizione è sorprendente ed così fuori posto che il suo canto sembra sia stato sempre lì, nell’invisibile e intricata toponomastica del Sahara, e non nei meandri di Brooklyn. Colonna sonora: la discografia completa di Ali Farka Touré, non sono per l’ovvia collocazione geografica, ma anche perché che si adatta naturalmente al ritmo sensuale della scrittura di Théodore Monod, capace di trasformarci e in viaggiatori delle dune, persino nella necessaria immobilità della lettura.

giovedì 25 gennaio 2018

Peter Handke

Le repentine trasformazioni collezionate con Il mio anno nella baia di nessuno prendono forma con una confessione di Gregor Keuschnig, già protagonista in L’ora del vero sentire e imperfetto alter ego di Peter Handke: “La mia vita ha una direzione che io ritengo buona, bella e ideale, e al tempo stesso l’esistenza di un singolo giorno non è affatto diventata una cosa ovvia. Il fallimento, mio, di altri, sembra addirittura la regola. I miei amici erano soliti dire che prendevo troppo sul serio le cose di poco conto e che ero troppo severo con me stesso. Io invece credo che se non avessi sempre dribblato di nuovo il mio costante fallimento di tutta la vita, ma lo avessi voluto ammettere anche soltanto un’unica volta, non esisterei più”. Le sconfitte esistenziali dipendono, e insieme vengono esorcizzate, dalla “notte del narrare”: la storia in sé è la trama stessa che si genera in contemporanea alla scrittura, attraverso la ripetuta osmosi di identità di Peter Handke con lo scrittore, con Gregor Keuschnig, con il narratore e con se stesso nei molteplici viaggi che poi lo riportano a ritrovare le coordinate mitteleuropee, lungo il corso del Danubio, su entrambi i versanti delle Alpi, sulla dorsale dei Balcani, che sono sempre nei suoi pensieri anche nella “baia” parigina dove si è ritirato per premura verso le sue metamorfosi. E’ così che ci si inoltra così in un labirinto kafkiano, con Gregor Keuschnig nel ruolo di anfitrione ciarliero, brillante, eccessivo che, proprio a metà dei pellegrinaggio, dopo un’apocalisse di parole, di incontri, di ricordi, di chiacchiere, arriva alla conclusione che “soltanto come racconto scritto il mio raccontare è conforme alla mia natura”. Il mio anno nella baia di nessuno ruota tutto intorno a questa convinzione e per il lettore è imperativo trovare il tempo per districarsi nel salmodiare di Gregor Keuschnig, che segue soltanto la sua memoria, una ricerca che “almeno una volta al giorno” si trasforma in “qualcosa di maniacale, prossimo alla follia”. L’impegno richiesto da Peter Handke è notevole e costante, non solo perché Il mio anno nella baia di nessuno è una sterminata, voluminosa riflessione sulla natura stessa della narrativa, che si evolve da un’assioma, ovvero la “fantasia non è illusione”, da solo già più che sufficiente a garantire anni di meditazione, per giungere all’ammissione di un limite, se non di una vera e propria resa, quando Gregor Keuschnig dice che “lì non c’era nient’altro che una sensazione, vasta quanto la superficie dissodata, della quale mentre scrivevo questo, cercai l’immagine, invano”. Bisogna dire che Peter Handke, sapendo che “la cosa osservata, per quanto modesta, poteva trasformarsi nel mondo”, molto abile, attento e saggio nel confezionarsi più di un alibi, visto che Il mio anno nella baia di nessuno si consuma insieme al crepuscolo del ventesimo secolo, con molto più da raccontare “dei nostri giorni che non dei nostri anni, per noi uomini d’oggi”. Uno scarto che rimane irrisolto e se il saldo finale può tornare è soltanto per il soccorso del lettore, ma anche qui Peter Handke sottolinea e precisa perché “il leggere sarebbe poi una passione, meravigliosa, se è un appassionato voler-capire; sento l’urgenza di leggere perché voglio capire. Non leggere a casaccio: per il racconto, per il libro, devi essere ricettivo. Tu sei ricettivo?”, e, sì, la domanda è sempre quella.

lunedì 22 gennaio 2018

Tahereh Alavi

Dentro Le stanze della soffitta va in scena il paradosso di una solitudine estrema, dolorosa e lacerante, in contrasto con un tran tran brulicante, di lingue, di nazionalità, di espressioni, di umori e che comunque ribadisce in continuazione che “c’è un limite in ogni rapporto”. In una Parigi ombrosa e spigolosa dove si trovare per studiare medicina, la protagonista, iraniana, non riesce nemmeno a sentirsi straniera: vive in una condizione precaria e isolata, ma nello stesso tempo condivide aspettative, ritmi e tempi molto diversi, a partire dal confronto con Naim che è lo studente afghano cui divide proprio Le stanze della soffitta. Il rapporto formale e fin troppo educato con Naim riflette alla perfezione la contraddizione di essere così vicini, eppure così lontani. Compresa l’aggiunta di un curioso pizzico di speculazione storica e geografica, visto che un tempo l’Afghanistan era parte dell’Iran. Tutto ciò conduce la protagonista a concludere che “a dire il vero non ero più nulla da molto tempo, proprio dal momento in cui avevo smesso di interessarmi alla politica. Perché essere qualcosa è davvero faticoso, soprattutto se una volta hai creduto di esserlo e poi sei arrivata alla conclusione che sei diventata qualcosa che non vale niente”. Fosse soltanto quello: oltre al suo coinquilino, deve districarsi tra un imbianchino portoghese e un reduce americano, un’intera e chiassosa famiglia africana e una sequenza di personaggi dall’India, dal Sudan, dalla Giordania, dalla Serbia senza contare, ça va sans dire, i francesi nonché gli onnipresenti supermercati cinesi. L’alienazione è acuita dal lavoro che trova, in un obitorio, dove deve lavare i morti, e dalle difficoltà nell’accostarsi alle differenze, spesso viziate dai luoghi comuni che Tahereh Alavi non perde occasione di sottolineare. Il caos cosmopolita trova la sua apoteosi (e, insieme, una sua definizione) quando conosce una ballerina che era “nata in Giappone da genitori coreani, ma era cresciuta negli Stati Uniti e disponeva di un passaporto canadese. Mi raccontò di essere andata in Arabia Saudita solo per imparare la danza del ventre e di esservi rimasta per dodici anni. Ora si trovava a Parigi e, avendo sposato un francese, si considerava, anche solo per metà, una cittadina di questo paese”. La presentazione è necessaria perché è lei a rispondere, e in un certo senso a risolvere il labirinto delle identità dicendole: “Io sono io, tutto qui”. Le stanze della soffitta è un romanzo che si snoda con un ritmo blando e una trama esile, molto vicina alle pagine di un diario, eppure procede con insistenza nel punteggiare le pagine di suggestioni, che lasciano il campo aperto a molte domande. La modestia sfoggiata dal linguaggio di Tahereh Alavi è pari alla convinzione con cui si confronta con quello che è il mondo di oggi. Con un’attitudine singolare e senza dimenticare le proprie origini perché “è vero che gli occidentali non dubitano mai delle nostre storie, ascoltarle è uno dei loro passatempi più salutari e non perdono mai la loro fede in esse. Ma noi, del terzo o di chissà quale numero di mondo, siamo un libro aperto gli uni per gli altri e piano piano abbiamo imparato a non credere facilmente a ogni parola e ogni storia”. L’ironia, per quanto fragile e leggera, non può sfuggire, perché è la componente destinata a bilanciare il vero frutto di ciò che è, nei fatti, un esilio: quella nostalgia che occupa tutte Le stanze della soffitta, persino i corridoi.

sabato 13 gennaio 2018

Ryszard Kapuściński

Grande reporter, osservatore acuto e straordinariamente sensibile nonché insaziabile viaggiatore, Ryszard Kapuściński si addentra in un percorso che spesso è più insidioso di mille campi di battaglia: la sua autobiografia. Con l’esperienza che si è ritrovato, era intuibile che non cadesse nelle trappole della celebrazione o della nostalgia. Anche in questo caso, come in tutti i suoi pregevoli precedenti, Ryszard Kapuściński si avventura con un certo grado di incoscienza che lui stesso ammette, tra le righe: “Ero partito per quel viaggio completamente impreparato: senza un taccuino, senza un nome, senza un indirizzo. E senza conoscere l’inglese. In realtà ero partito solo per ottenere una cosa altrimenti impossibile: varcare la frontiera”. Vantando poi un’umiltà che ricorre sempre nei grandi osservatori, Ryszard Kapuściński sceglie di raccontare il suo peregrinare nel mondo attraverso la complessità della figura di Erodoto che di volta in volta diventa, come il titolo suggerisce, compagno di viaggio e testimone, modello di riferimento e protagonista, scialuppa di salvataggio e faro nella notte. La partenza è tutta nel superare i confini, un atto che In viaggio con Erodoto ribadisce quella che è stata una scelta vitale: “Quello che volevo era semplicemente varcare una frontiera, quale che fosse: non mi premevano lo scopo, il traguardo, la meta, ma il mistico e trascendentale atto in sé di varcare la frontiera”. Da quel momento in poi luoghi dei suoi reportage, nelle odissee intraprese con l’istinto e la curiosità verso l’India, la Cina, l’Iran, l’Egitto, l’intera Africa, Ryszard Kapuściński e, in parallelo, Erodoto ridefiniscono il senso del viaggio che “non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati”. In viaggio con Erodoto diventa così uno strumento perfetto non soltanto per scoprire e riscoprire Ryszard Kapuściński, ma anche per intravedere alcune riflessioni filosofiche nel suo affrontare la realtà (“Ognuno vede la realtà a modo suo, ognuno vi aggiunge i propri ingredienti. Il che rende impossibile ricostruire il passato nella sua verità storica: tutto quello che possiamo ottenerne sono varianti più o meno verosimili, più o meno rispondenti alla nostra mentalità odierna. Il passato non esiste. Esistono solo le sue infinite versioni”) e la memoria (“E’ l’eterna lotta dell'uomo contro il tempo, contro la labilità della memoria, contro la sua tendenza a offuscarsi e svanire. E’ da questa lotta che nasce l’idea del libro, di ogni libro, nonché la sua durata e, per così dire, la sua eternità. L’uomo infatti sa, e invecchiando lo sente con maggiore evidenza, che la memoria è fragile e fuggevole e che, se non fissa le proprie esperienze e conoscenze in modo più stabile, rischia di perderle”), aggiornando e superando  il viaggio come metafora della vita. Tra i libri più ispirati di Kapuściński.