Nella spigolosa dissertazione di John Berger, che guarda Picasso da tutte le angolazioni, prende forma un profilo speciale, che comincia dal personaggio, dalla biografia e dalla leggenda per poi addentrarsi nella dimensione artistica. Le molteplici argomentazioni di John Berger comprendono una spontanea associazione tra Picasso e Charlie Chaplin, nel nome della fama e della ricchezza, l’origine spagnola, inalienabile, e la permanenza a Parigi, tra Gertrude Stein e Guillaume Apollinaire, ma di fatto in esilio, “una condizione che, nei suoi effetti soggettivi, si evolve continuamente: o ci si sente sempre più esiliati col passare del tempo, o sempre più assorbiti dal paese di adozione”. Sono moltissimi i contrasti che John Berger prova a distinguere e a evidenziare, a partire dal necessario confronto con gli altri pittori, Cézanne e Van Gogh in particolare, fino a delineare l’importanza della “discontinuità” come elemento costante e distintivo. La contraddizione è solo nei termini: ogni mutazione, inseguita con imprevedibile intuito e con totale dedizione, spiega in sé il motivo per cui “nessuno prima di Picasso aveva mai imprecato tramite la pittura”. John Berger illustra in modo efficace la sua unicità attraverso le descrizioni dei quadri da cui si dipanano considerazioni generali sulle figure (“Le deformazioni hanno rilievo per noi perché, a differenza dei bambini o degli animali, le possiamo riconoscere e misurare con esattezza come tali. La nostra percezione della sensazione fisica, comunicata da un’opera d’arte, dipende infatti da un alto livello di autocoscienza”), sullo spirito primordiale (“L’essenza della magia è la credenza primitiva che la volontà possa controllare le forze latenti e gli spiriti che risiedono in ogni oggetto e in tutta la natura”) e sull’urgenza della creazione (“L’impazienza è l’espressione del desiderio: l’accumulo più che la coesione delle parti esprime la forza crescente di un desiderio fisico o di una sensazione”. Opera dopo opera, emerge un’identificazione precisa della sua rivoluzionaria intensità di Picasso che “è stato capace di vedere e immaginare più sofferenza nella testa di un cavallo di quanta molti artisti abbiano trovato nella scena di una crocifissione”. Siamo di fronte a “immagini in cui l’energia supera l’esistente, che rivelano come ciò che esiste con le sue affezioni, che diamo per scontato, non è mai completo o esaurito” e l’impatto della personalità nel suo complesso “ci costringe a interrogarci sulla natura dell’arte”. Questo è il motivo principale che ricorre in Splendori e miserie di Pablo Picasso, che condivide una storia parallela del ventesimo secolo, compresa la coabitazione con il cinema, la letteratura e le principali cronache. Dentro questo stratificato terreno di coltura, John Berger assicura l’ubicazione della pittura che ci ricorda “come “il tempo e il visibile hanno origine insieme. Il luogo in cui hanno origine è la mente umana, che può ordinare gli eventi in una sequenza temporale e le apparenze in un mondo visto. Con questo manifestarsi del tempo e del visibile comincia un dialogo tra presenza e assenza. Tutti noi viviamo questo dialogo”. Resta solo da aggiungere la definizione di artista che Constantin Brâncuși riassumeva così: “Bisogna creare come un dio, governare come un re e lavorare come uno schiavo”. Dovendo ridurre tutto in poche parole, è questo il vero ritratto di Pablo Picasso.

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