martedì 20 ottobre 2026

Naïri Nahapétian

Fin dal titolo, Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? contiene il nucleo, l’inizio e la fine della storia, ma la questione in sé è abbastanza relativa. È l’Iran che conta ed è molto più interessante la ricreazione degli ambienti, a partire dalla composita architettura e dalla caotica viabilità di Teheran, due elementi che hanno un peso specifico nello sviluppo degli eventi, insieme alla complicata convivenza tra differenti strati sociali, aggregazioni politiche, ruoli istituzionali. Naïri Nahapétian dedica un’attenzione scrupolosa ai dettagli, che potrebbero suggerire un’ipotesi, piuttosto che un’altra, ma creano l’atmosfera dominante e coinvolgente che caratterizza tutto il romanzo. Tra tradizionali forme di ospitalità, feste segrete, incursioni poliziesche, rituali amministrativi, l’assassinio resta un mistero, eppure si tratta di un potente ayatollah della repubblica islamica. La labirintica trama si svolge tutta attorno ai dialoghi che, nell’arte della simulazione, celebrata al massimo esponente, vogliono dire tutto o niente, mostrano e nascondono nello stesso tempo. L’intrigo è alimentato da un passato che occupa ancora un posto di rilievo, come se i capovolgimenti che si sono susseguiti nelle cronache iraniane avessero lasciato ferite inguaribili. A Teheran, più che in ogni altro remoto angolo del paese, le contraddizioni che si sono sedimentate rivoluzione dopo rivoluzione sono ingombranti quanto il traffico e altrettanto scomode. I conciliaboli, i tradimenti, le apparenze e le deviazioni si sovrappongono alla mappa della città e agli alberi genealogici che riportano ad altri secoli, ancora ingarbugliati e comunque incombenti. Ci sono più livelli che si intersecano attorno all’omicidio dell’ayatollah Kanuni, al punto che la scoperta del killer e del movente scivolano su un piano secondario. Un piccolo fermo immagine rende l’idea: “Sulla soglia Mirza Mozaffar sembrò esitare, come se cercasse le parole, ma senza poi dire nulla, e Narek, che finalmente cominciava a penetrare l’arte dell’ellisse iraniana, capì che non avrebbe più dovuto fare allusione all’omicidio”. I due personaggi sono un po’ i cardini maschili in una platea in gran parte femminile. La madre di Narek Djamshid è scomparsa nelle pieghe dell’avvento dell’ayatollah Khomeyni e il padre vive con lui a Parigi. Il suo ritorno a Teheran nella primavera del 2005 in qualità di reporter si rivela ben presto molto problematico, e non c’è bisogno di aggiungere altro. Mirza Mozaffar è un politicante avvezzo a molteplici relazioni con la controparte femminile e qui Naïri Nahapétian sfodera una bella squadra di protagoniste: da Leila Tabihi, attivista femminista e candidata alla presidenza, all’ambigua Soraya, moglie di Mirza, e poi Mona, Hona, Yasmin, Zahra che si dibattono tra dinastie cadute, relazioni clandestine, affari assortiti e intrecci economici, famigliari, etnici, religiosi. A cui bisogna aggiungere tutte le tensioni del periodo elettorale che vedrà poi vincitore Mahmoud Ahmadinejad. Lo sviluppo è denso, le ombre sono tante, persino il clima disorienta, ma la conduzione di Naïri Nahapétian è sicura nell’assecondare gli uomini e (soprattutto) le donne che si inventano una libertà di manovra non indifferente nonostante i rigidi schemi della repubblica islamica. Infine, non è soltanto l’Iran, anche se lo scenario ripercorre tutte le gradazioni storiche e la complessità della nazione in sé. In definitiva, Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? (nella traduzione di Manuela Vidale, Edizioni leAssassine, collana Oltreconfine) pur con il brio e le coloriture di un classico thriller è piuttosto una carrellata sulle deformazioni del potere: le imposizioni, la censura, la repressione, la propaganda, la burocrazia, la corruzione, e le domande a cui non si trova mai risposta.

Nessun commento:

Posta un commento