domenica 18 ottobre 2026

Ryszard Kapuściński

Il formato di Autoritratto di un reporter, un po’ intervista, un po’ testimonianza, è l’occasione più immediata e fruibile per avviare la conoscenza di Ryszard Kapuściński. Animato da una sincera vocazione, si riconosceva in quello che chiamava il “giornalismo intenzionale” di García Márquez, Hemingway e Mark Twain, ed è stato una voce credibile e autorevole del ventesimo secolo, capace di distinguere, con uno stile personalissimo, un intero “modo di vedere il mondo”. Nel corso dei confronti Kapuściński si concede con generosità, partendo dalla curiosa idea che “scrivere è un happening” e dalla più rigorosa constatazione che “ogni lavoro creativo richiede concentrazione e solitudine”, ma il reportage comprende la necessità di stare in mezzo alla gente, di vivere gli usi e i costumi dei luoghi in cui ci si trova. L’Autoritratto di un reporter riassume così un vademecum professionale, un metodo e anche i filamenti di un’attitudine: “Descrivere i fatti non esime dal riflettere: solo la conoscenza concreta permette di scegliere un fatto, conferendogli un significato universale”. Per la scelta sul campo, che si tratti della dissoluzione dell’Unione Sovietica poi descritta in Imperium o delle complesse dinamiche dell’Iran in Shah-in-shah, “bisogna concentrarsi su ciò che vogliamo mostrare. Una sola immagine, al punto giusto”. Kapuściński ricorda spesso che “è questo che vede l’occhio del pittore o del fotografo, concentrato sul dettaglio” ed è l’eccesso di informazioni a imporre limiti e distorsioni in eguale misura, dato che “la nostra conoscenza del mondo diventa sempre di più una conoscenza collettiva. La pluralità dei media viene moltiplicata per la pluralità dei committenti. Ci stiamo avviando verso un mondo in cui tutto, persino il libro e il film, saranno un prodotto collettivo”. La diretta conseguenza è che “quando un’opera è anonima, sparisce il problema della responsabilità e aumenta la generale relativizzazione post-moderna. E l’uomo, non potendo vivere in un mondo del genere, reagisce con il nazionalismo, il razzismo e il fondamentalismo. L’uomo non può sopportare l’abbattimento di tutte le frontiere”. La traduzione nella pagina scritta presenta qualche problema che Kapuściński non si esime di affrontare: “La letteratura assoluta non esiste: non si riesce mai a descrivere le cose in modo esauriente e perfetto. Abbiamo sempre a che fare con delle approssimazioni. Il risultato letterario si misura in base alla sua approssimazione, vale a dire alla sua capacità di avvicinarsi a, e non sarà mai del tutto soddisfacente”. La sua soluzione, per quanto parziale, è stata la “poetica del frammento”, e il racconto a puntate di una realtà a pezzi, con la consapevolezza che “l’unica cosa che possiamo aspettarci da ciò che scriviamo è di riuscire ad avvicinarci al quadro, o alla scena, che ci è sembrata meritevole di essere tramandata”. L’identità dello scrittore secondo Kapuściński prende corpo proprio in quel preciso momento: “Uno scrittore deve possedere un fiuto e una sensibilità tutti particolari. È molto importante. Non riesco a immaginare un bravo scrittore privo di questa qualità. Ostinazione, determinazione, fede, la convinzione di star facendo qualcosa di importante, di essere pronti a combattere, pur aspettando e progettando con pazienza: tutte caratteristiche attinenti al ruolo dello scrittore nella nostra società”. Di fronte ai limiti, alle difficoltà e alle contingenze, che di sicuro non sfuggono a Kapuściński, restano le motivazioni e quelle sono sempre state chiarissime: “Secondo me, il corso della storia non si cambia. Il punto non sta nell’accettare o meno la guerra, ma nel limitarne la crudeltà. Essendo uno scrittore e non un uomo politico, il mio parere è di fare in modo che la gente venga ascoltata, soprattutto da chi non vuole ascoltarla, in particolare dagli uomini politici”. Brillante, acuto e conciso, Autoritratto di un reporter è un manuale didattico per scrivere e viaggiare e,  insieme, una lezione di stile.

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