giovedì 5 novembre 2026

André Brink

Quando gli altri (bianchi) sbarcano sulle coste della Penisola del Capo, la tribù di T’kama scopre ben presto le insidie dell’ospitalità. Gli stranieri portano perline e alcol e se all’inizio “il problema era intendersi”, poi le incomprensioni diventano l’occasione per sfoderare le armi. Nella confusione, una donna arrivata dal mare resta sulla spiaggia e viene raccolta da T’kama in persona, già perdutamente innamorato della “cosa più diversa che avessi mai visto”. La chiama Khois, donna, e nonostante la contrarietà degli anziani e degli stregoni la introduce nella tribù. Piccolo (non tanto) dettaglio: lui è un gigante dotato di dimensioni spropositate anche in quel “senso”, e l’ingombro di un membro smisurato gli impedisce di consumare il rapporto che è considerato un buon auspicio di fertilità non soltanto per la coppia, ma anche per tutta la tribù. Un ostacolo non indifferente, che non riduce il sentimento di T’kama: “Era più che desiderio. Un bisogno di stare con lei, per sempre, per i giorni e gli anni della calura estiva e del freddo invernale, la terra dure, il fuggifuggi delle mandrie di springbokke, la polvere, l’argilla, la malattia e la sofferenza e la nascita dei figli, le danze lunari e il ronzio monotono della gorah, le pianure, le montagne, i cespugli, il giorno e la notte, la vita e la morte”. L’improbabile love story si sovrappone al viaggio della tribù in fuga nell’entroterra africano che André Brink sfrutta per dispiegare un ricchissimo catalogo linguistico di metafore, simbologie, allegorie, superstizioni e leggende, fantasie ancestrali e visioni oniriche che avvolgono gli esseri umani, i paesaggi, gli animali e il mare all’inizio e alla fine. Nel frattempo T’kama soffre perché, va bene, “sì, l’amore. Ma che farcene? Non si vive di sole parole, esiste anche la carne”, ed è ancora nelle condizioni di non potersi unire alla sua Khois, che peraltro resta riluttante ad adeguarsi alle sue volontà. Il capitolo “nel quale si risponde a una domanda che già da tempo deve covare nella mente del lettore, vale a dire: date le circostanze angosciose in cui passarono la notte, lo stato emotivo della donna d’oltremare, la natura della ferita del narratore e le dimensioni del suo membro, tra i due si consumò un rapporto?”, ha un’immediata e immaginabile risposta, ma poi André Brink con un grande equilibrio e una spruzzata di sana ironia concede una soluzione. Meno mitologica, vista l’assidua presenza di demoni e dei, e molto pratica perché La prima vita di Adamastor (o sull’origine di Capo delle Tempeste) ruota attorno all’accettazione dell’altro e, prima ancora o in contemporanea, di se stessi, all’interno dei dualismi tra uomo e la donna, bianco e nero, europeo e africano, magico e reale e, più di tutto, tra “un terribile io e uno spaventoso tu”. André Brink si concede spesso il lusso delle avvertenze dirette (“Si prega il lettore di non voltare pagina prima del tempo: in una storia ogni cosa viene al momento giusto”), sia per giustificare gli sbalzi del racconto, sia per avallare il tono (“Un tantino sopra le righe; ma questo è il destino della verità tutte le volte che gli scrittori ci mettono le mani sopra”) e l’estroversa logica della vicenda (“Con cinque secoli alle spalle è difficile ricordarsi di una particolare mattina, e perciò non posso garantirvi che sia andata proprio come sto per raccontarvela io adesso. Comunque ci proverò, con tutti i benefici del senno di poi”). Con tutte le precauzioni, è comunque vicinissimo alle emozioni di T’kama quando soffre il supplizio dell’illusione: “Dietro ogni suono si spalanca una voragine, si profila un abisso. Prendono forma nuovi mondi. Senza fine. E come lei, anch’io mi accorgo di non sapere più nulla. Tranne le parole. Penso: ho paura. Sono vivo. Amo”. Non basterà a evitare un finale amaro: la colorita rappresentazione con cui si manifesta La prima vita di Adamastor (o sull’origine di Capo delle Tempeste) tocca tutte le facce dell’incontro e delle diversità, compresi gli sgraditi e inevitabili imprevisti, e a T’kama non resta che congedarsi con una sorta di preghiera: “Dentro di me: un abisso di paura e tortura, implacabile tortura. Perché non c’è niente di peggio che perdere il proprio amore senza potersi nemmeno interrogare sulle cause o sulle colpe. Senza poter dire: ricordati di me, ricordati di me, ricordati di me”. Sarà il prodigio delle parole, o la forza del vento, ma sembra di sentirlo anche se la voce arriva da molto lontano, ben oltre l’equatore, e da quel tempo prima del tempo.