lunedì 28 settembre 2026

Franz Bartelt

Prendete un teatro di provincia con le quinte impolverate, le assi del palco scheggiate, le poltrone un po’ sdrucite, e mettetevi comodi: Il femore di Rimbaud (nella traduzione di Alice Laverda e Lamberto Santuccio) è una pièce che potrebbe andare benissimo in scena in quello scenario perché non ha bisogno di una grande ribalta, solo di essere ascoltato e percepito al di là della sua brillante superficie. Attorno al protagonista (che è anche il narratore) e all’antagonista, un binomio classico, si sviluppa e si muove una piccola compagnia di personaggi che appaiono e scompaiono a seconda delle evenienze e di porte che si aprono e si chiudono aggiungendo ogni volta una sfumatura, un colore e un giro di vite alla storia. Tutto lì. Il meccanismo si riconosce subito, è ben oliato e per certi versi anche risaputo, ma la verve iconoclasta e irriverente di Franz Bartelt lo trasforma in una trappola micidiale che non molla il lettore dall’inizio alla fine. C’è una componente molto ironica, se non proprio sarcastica, che definisce Il femore di Rimbaud e lo rende eclettico ed elettrico, mettendo un po’ sulla graticola tutti i convenuti, nessuno escluso. La trama è una somma di colpi di scena che non si fermano, fino alla conclusione. Majésu Monroe e Noème Parker sono rappresentanti di moltitudini di “indipendenti di spirito, un po’ anarchici, liberi e rimbaudiani”. Lui è un antiquario che coltiva tutta una sua filosofia di vita. Lei è una ragazza ribelle, molto bohémien, attorniata da una tribù di disperati. Per far colpo su Noème,  Majésu si vanta di essere l’assassino del “capitalista” Maximilien Dourdine per cui è stato incarcerato un ufficiale giudiziario, Mika Brahut. L’intrigo amoroso tra i due fa emergere le suddivisioni in classi, tra chi vive per le strade e l’altolocata famiglia Parker che regna da una villa con servitù annessa. Gli equivoci e l’inganno sono dietro l’angolo, tutti i personaggi che a vario titolo occupano il proscenio sono ambigui, se non proprio doppi, a partire da Noème, che si giostra da eroina maudit con Majésu, compreso rapido matrimonio con convulsa festa di nozze, ma che si rivela una nemica diretta non appena diventa l’unica erede del lascito famigliare, quando i genitori muoiono in una strana esplosione. Lì comincia una parte più complessa, ma come dice Majésu (o chi per conto suo) “per il momento, proviamo a mettere su un discorso lineare. Non facciamoci sviare dalle digressioni. Continuiamo”. Lo scontro tra Majésu e Noème è una sequenza ininterrotta con un persistente ribollire di provocazioni: Franz Bartelt non insegue speculazioni letterarie, il suo è un argot allegro e scanzonato che conduce le danze a un ritmo forsennato mentre Il femore di Rimbaud si avvia a una metamorfosi repentina, anche se non inaspettata. Nessuno pare salvarsi dalla caustica rappresentazione di Frank Bartelt: hanno tutti qualcosa da nascondere o da espiare. Lo stesso Majésu Monroe è un esemplare decisivo di questo continuo sdoppiarsi/moltiplicarsi di personalità. Quando manifesta l’intenzione di dedicarsi all’amore per Noème (“Ho già esposto poco fa le mie convinzioni. Non voglio altro. Che ritorni l’affetto, niente di più. Non ho nulla da aggiungere”) pare persino credibile, anche se subito dopo mette in dubbio, ancora una volta, il suo ruolo (“Di tanto in tanto l’eroe sente il bisogno di fare il punto della situazione. Nella vita così come nella finzione. Bisogna sapersi fermare per ripartire con nuovo slancio. È una specie di regola”). Così, mentre gli si affollano intorno l’ispettore Bradouate, la cameriera Ployette, i vicini di casa e le guardie del corpo della dinastia Parker prende forma un intreccio con entità misteriose e ramificate, un’oscura realtà inafferrabile che governa il crimine, chi l’ha commesso e chi l’ha subito, ed è raro trovare una commedia delle parti così spassosa e istrionica, a tratti persino spensierata, ma con un fondo critico e acido, e con un finale nerissimo e quanto mai attuale.

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