Parlando con Philip Roth, Milan Kundera spiegava: “La gente ama dire: la rivoluzione è bella, è solo il terrore che ne deriva a essere male. Ma questo non è vero. Il male è già presente nel bello, l’inferno è già contenuto nel sogno del paradiso, e se vogliamo comprendere l’essenza dell’inferno dobbiamo esaminare l’essenza del paradiso da cui esso deriva”. Questa simbiosi è alla fonte della complessa ricostruzione degli annali europei dal 1945 al 2005 che Tony Judt approfondisce in Postwar. Come la definisce nella prefazione, “la storia della riduzione del continente” comincia all’indomani della caduta di Berlino, assecondando convinto la percezione di Anne O’Hare McCormick: “Il problema umano che questa guerra ci lascerà in eredità non è stato ancora immaginato, e tanto meno affrontato, da nessuno. Non si è mai verificata una simile distruzione, una disintegrazione così completa della struttura stessa della vita”. Tony Judt capisce e chiarisce subito che quella delimitazione è una sorta di linea di partenza: “In retrospettiva, è ironico pensare che, dopo aver combattuto una spaventosa guerra per ridurre il potere della Germania nel cuore stesso del continente, i vincitori sia siano dimostrati talmente incapaci di giungere a un accordo sulla soluzione postbellica per tenere a bada il colosso che finirono per spartirselo al fine di trarre separatamente vantaggio dalla sua ristabilita forza”. Dal piano Marshall all’inizio della guerra fredda, con la formazione della NATO e del patto di Varsavia, Postwar si rivela ben presto un lavoro enciclopedico che parte da un presupposto (molto solido): il destino seguito alla seconda guerra mondiale deve la sua natura proprio ai resti e agli effetti di quel conflitto. Dalla seconda metà del ventesimo secolo, nella sua analisi, è centrale lo sviluppo delle politiche economiche nella dicotomia comunismo/capitalismo, dove Tony Judt non risparmia nessuno. Senza fare distinzioni tra gli abusi di potere (“In politica, la corruzione è in larga misura una conseguenza delle condizioni che la favoriscono”) e criticando con precisione chirurgica anche le politiche della Thatcher. Su alcuni temi le posizioni sono contraddittorie (in particolare sull’industrializzazione italiana), ma si tratta di questioni fisiologiche nella dissertazione, così ampia e ricca, di una lunghissima transizione che Tony Judt racconta dedicando la giusta attenzione alle evoluzioni architettoniche e urbanistiche, ai fenomeni culturali e alla rappresentazione della realtà, nei suoi diversi modelli (a partire dal cinema, in particolare quello americano, e alla sua prevalenza sull’immaginario del dopoguerra). Vale anche per l’importanza dedicata alla cultura pop (i Beatles più di tutti), perché “ogni generazione vede il mondo come se fosse nuovo. La generazione degli anni Sessanta vide il mondo non soltanto come nuovo, ma anche come giovane” (e lo dicevano anche gli Who, quando cantavano “talkin’ about my generation”), al punto da arrivare alla conclusione che “ogni significativa rivoluzione politica è anticipata da una trasformazione del panorama intellettuale”. Gli anni cruciali (il 1968, il 1989), le battaglie per i “diritti civili, legali, politici”, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, le guerre nei Balcani e lo sviluppo dell’Unione Europea scorrono senza sosta e la ricostruzione è avvincente: lo stile di Tony Judt segue una linea pulita e chiarissima e l’elaborazione è dettagliata, per quanto nel finale è resa evidente la distanza tra la storia e la memoria, il passato che viene cambiato ciclicamente, e viene riletto dalle successive trasformazioni e mutazioni. Detto questo, la tesi di fondo su cui regge l’impalcatura di Postwar resta concreta e validissima ed è che “la nostra storia” dipende ancora dalle scelte e dalle conseguenze del dopoguerra e, a ben guardare quello che sta succedendo, bisogna dire che Tony Judt ha visto giusto, e per tempo.
lunedì 20 giugno 2022
mercoledì 11 maggio 2022
Tuğba Doğan
Una canzone misteriosa risuona nella notte di Istanbul. Non c’è nessun musicista, eppure la ascoltano tutti, perché “ognuno ha un ritornello segreto. Per tutta la vita lo ripete di nascosto”. La sente soprattutto Salih, che è appena stato licenziato e ha deciso di partire per il Brasile, che potrebbe essere ovunque, essendosi convinto che “tutto era avvelenato, ormai. Nulla scorreva più. Da moltissimo tempo. Nemmeno un’apocalisse riusciva a scoppiare in tutto e per tutto. O magari l’apocalisse era in realtà una cosa così: non si trattava di una catastrofe gigantesca che aveva un inizio e una fine e non risparmiava nessuno, bensì di un qualcosa che si protraeva nella vita quotidiana attraverso strane, minuscole rotture dell’ordine, e che ogni giorno intaccava un punto nuovo, portandolo alla distruzione. Non era niente che avesse un inizio improvviso e raggiungesse il compimento in modo deflagrante, o che generasse un cambiamento, nulla che ricordasse un crollo; piuttosto, somigliava all’istante appena prima del crollo, niente che promettesse una rinascita; un tempo intermedio rimasto costretto chissà dove, una stasi assoluta nell’evoluzione del genere umano, una crisi, un malanno, una glaciazione che coinvolgeva l’intera umanità”. Questa è la condizione in cui si ritrova Salih: è a un bivio, vuole partire perché il conflitto latente sul lavoro (è un cronista) è esploso in modo irrimediabile, e non gli resta alternativa, se non andarsene. La cena d’addio è sottolineata da un’esplosione di sapori che, per contrasto, si riflettono negli umori degli ospiti. Oltre alla partenza di Salih, si devono confrontare con un’imprevista e stramba confessione e l’improvvisa dipartita di due di loro, compresa la proprietaria del ristorante, perché “quando la vita desidera veramente una svolta, intervengono le combinazioni”. Il bistrò delle delizie ne ospita in quantità, e Salih, immobile cerca di riordinare i suoi trascorsi, a partire dalla liaison fatale con Nihan come se dovesse organizzare i bagagli, sapendo che “ogni viaggio, in fondo, si compie non nello spazio ma nel tempo”. E così nell’elaborato menù che Il bistrò delle delizie serve per l’occasione, Salih ricorda Nihan a Berlino, Praga, Lisbona, Roma, Barcellona, Avignone, Vienna, città che sono soltanto ricordi e tappe e a ribadire che “la comunicazione impossibile dell’amore aggiunge ulteriori stratificazioni al tempo, le seziona con un dolore assoluto e impareggiabile e dona un senso allo spazio”. In tutto questo, Tuğba Doğan lascia fluire le parole, lavorando di cesello sull’atmosfera, sulle sfumature, attorno a un’impostazione che è insieme modernissima e crepuscolare: il suggerimento, esplicito, è ammirare Il bistrò delle delizie come I sonnambuli di Edward Hopper, quale riferimento dei riflessi dell’alienazione in una grande metropoli. Istanbul, come tutta la Turchia, è una ragnatela ombrosa avvolta nel silenzio, che è sinonimo di sopravvivenza. Il dilemma di Salih è comprendere che la partenza non può essere la soluzione e può essere scambiata per una fuga anche se ormai è inevitabile perché “a volte la gente di convince di essere accomunata da uno stesso sentimento per poter alleggerire la propria solitudine, mentre in realtà chissà quali menzogne sta vivendo”. La storia si annoda tra ombre e luci, Tuğba Doğan condensa “accenti, toni, allusioni, richiami, approvazioni, obiezioni” e la logica della scrittura corrisponde al destino della lettura perché “leggendo, una persona smette di essere se stessa e si trasforma in altre, diventa molti individui nello stesso istante”. Il bistrò delle delizie diventa così una sorta di buco nero dove il tempo collassa e Salih si ritrova a lottare con la memoria. Se “la scrittura è capace di far dimenticare tutto, perché imprigiona ogni cosa nelle parole selezionate in quel preciso momento, mentre la memoria non funziona affatto così, ogni volta riorganizza, raffigura, inventa”, per Salih diventa una danza di fantasmi e una tortura. Non può sfuggirgli, e così è la musica che “prima ti fa credere che esista un mondo totalmente diverso, bellissimo, ma poi quel mondo non ti restituisce nulla”. Affascinante.
lunedì 9 maggio 2022
Bill Bruford
C’è una questione che ricorre spesso nel libro di Bill Buford ed è: perché nessuno chiede mai a un batterista della sua vita, della famiglia, dei legami? Il libro risponde a quell’interrogativo partendo da un’altra serie di domande che nascondono altrettanti luoghi comuni. Come hai cominciato? Da dove prendi il sound? Ti piacciono le interviste? Vedi ancora gli altri? E soprattutto: sì, ma di giorno cosa fai? Questo succede perché Bill Bruford non è Robert Fripp (quella è un’altra delle domande fondamentali: com’è lavorare con lui?) e pur essendo un eccellente musicista, ha sempre avuto un rapporto controverso con il successo e la popolarità. Come dice lui stesso in un passaggio piuttosto eloquente: “Si dice che il primo obiettivo di un musicista sia di sopravvivere al fallimento, il secondo di sopravvivere al successo. Io ho dovuto sopportare il primo solo per poco tempo e dal secondo non ho ricevuto danni permanenti, quindi mi considero relativamente fortunato e resto un accanito sostenitore della via di mezzo”. Dagli inizi, quando la sorella gli regala un paio di spazzole e per Bill Bruford “il ritmo sembrava ovunque ma nessuno sembrava accorgersene” all’esordio nel 1968 (e da allora è uno dei maggiori batteristi sulla scena internazionale), fino all’approdo ad alcuni tra i maggiori gruppi della seconda metà del ventesimo secolo dagli Yes ai Genesis ai King Crimson e alla ritrovata identità di jazzista, la ricostruzione della sua biografia è sincera, ricca di aneddoti, di spunti polemici ed è persino dolente nel raccontare il suo intimo rapporto con la musica. Nella parte conclusiva, quando Bill Bruford riflette sul suo annunciato ritiro diventa una specie di confessione a cuore aperto: “Con questa cosa potente che chiamiamo musica ognuno gioca a proprio rischio e pericolo. La musica, non intesa come puro divertimento, bensì come energia, è una forza che produce effetti su chiunque. I ricercatori cominciano a ipotizzare che il suo uso, o il suo abuso, giochi un ruolo ben più importante di quanto la gente abbia voluto credere finora, nel determinare il carattere e la direzione della civilizzazione. Il potere della musica è sfaccettato, talvolta incredibilmente violento, ed è impossibile comprenderlo pienamente”. Ma nel libro c’è di più perché in quarant’anni di attività Bill Bruford non è stato soltanto un (grande) batterista, ma per sostenere la musica si è ritrovato a reinventarsi in dozzine di ruoli diversi e a confrontarsi con avvocati, giornalisti, promoter, manager e un tempo che non è mai stato il suo. La sua storia diventa una specie di manuale di sopravvivenza per chiunque decida di dedicare a uno strumento qualcosa in più delle ore lasciate a un hobby. Ci sono così tante domande che rimangono senza risposte da pensare che Bill Bruford voglia suggerire di approfondire quel dubbio che tutti fingono di non vedere perché l’unica, vera domanda è sempre quella: sì, ma ne vale la pena? In molti di momenti di terrore (al Madison Square Garden, in quei minuti interminabili in cui la sua nuovissima batteria elettronica non ne vuole sapere di funzionare, per esempio) Bill Bruford sembra arrendersi all’evidenza, ma poi nella sua lunga e prolifica esperienza fissa un limite importante: “La musica, tanto per chi l’ascolta quanto per chi la fa, consente di vivere l’esperienza reale di un possibile stato ideale”. E, sì, ne vale la pena.
giovedì 28 aprile 2022
Jorge Amado
Senza la pretesa di conferirsi chissà quali particolari doti, Jorge Amado è un turista molto umile che si lascia ammaliare spesso e volentieri. La “seduzione del viaggio” sta tutta nel “partire e capire e amare il paesaggio della terra e della gente che incontreremo” e nel raccogliere le sue impressioni parte dall’idea di “scrivere un libro da modernista, più deciso a scrivere che a viaggiare”. Così, le Americhe di Jorge Amado cominciano da Porto Alegre e già lì si intuisce che sarà un tour intenso e colorito: “Alla fine ci fu una cena collettiva al ristorante. Fuori era autunno. Arrivarono telegrammi, una lettera di un lettore sconosciuto. Non ci furono discorsi. Intorno alla democratica tavola c’erano signore e poeti, scrittori e giornalisti, pittori e amici, qualcuno mi portò il messaggio di una donna: che a Porto Alegre c’era gente cui piacevo, che mi considerava un amico. Un gruppetto di lettrici si affacciò all’entrata del ristorante per salutarmi. In seguito andammo a una mostra di quadri. Là fuori il meraviglioso autunno di Porto Alegre”. Lo sguardo affamato di novità comprende Considerazioni sull’abitare, Stazioni dalla rumorosa allegria, Spiagge e colline, Chiacchiere al freddo con vomito e neve, e dovrebbero essere sufficienti i titoli dei capitoli a rendere l’idea dello spirito con cui Jorge Amado osserva, annota e riporta ogni singolo passaggio: nelle sue descrizioni i compagni di navigazione diventano quasi personaggi di un romanzo e nella meraviglia per la Cordigliera delle Ande si aprono pagine di grande liricità (“L’impressione esatta che ci dà la bellezza che viene dalle montagne di tutti i colori, dai fiumi che scorrono a cascata, è che siamo in un paese da fiaba, un paese dove possono svolgersi tutte le storie antiche di giganti e mostri che il passato ha ingoiato. È terribile, la bellezza è anche cattiva, a volte spaventa, umilia e domina”), poi rinnovate di fronte all’oceano (“Tu vai sul mare camminando, sei nave, sei acqua, sei pesce, il tuo volto non c’è più, sei solo oceano”). Amado riesce a focalizzare le peculiarità di ogni paese, Argentina, Cile, Perù Ecuador, Uruguay (dove per esempio, illustra il legame tra uomo e cavallo) nonché le differenze e le distanze tra le diverse latitudini del Brasile, comprese alcune distinzioni territoriali in cui evidenzia che “il Nordeste è terra di romanzieri, mentre il Sud è terra di amabili poeti e lucidi saggisti”. Con l’esplicita vocazione a “partire e capire e amare il paesaggio della terra della gente che incontreremo”, il meglio delle sue cronache itineranti arriva nel decantare i valori e l’incanto degli agglomerati urbani di Estância, Montevideo, Lima, Chancay, Mendoza. La “descrizione impossibile di una città” diventa palpabile a Buenos Aires dove “si discute di tutta l’America” e “anche nelle strade illuminate c’è mistero. Anche nel centro di una grande città c’è una vita misteriosa, sensuale e dolorosa” ed è nei contorni di quelle ombre che spesso i silenzi diventano altrettanto determinanti delle parole finché Jorge Amado ammette che “non si riesce a scrivere di quello che si ama”. Il resoconto è intervallato da un’irregolare corrispondenza e se è vero che “il turista non ha il coraggio di raccontare le sue delusioni”, bisogna aggiungere che In giro per le Americhe di Jorge Amado è anche un’introduzione preliminare alla letteratura (e all’editoria) latinoamericana ed è in quel momento, ovvero quando le impressioni si trasformano in scrittura, che “per un momento smettiamo di essere turisti” e allora diventa importante, anzi fondamentale, anche un rinoceronte che non c’è. È un passaggio singolare, ma condensa tutta la magia di In giro per le Americhe che resta un libro piccolo, arguto e molto prezioso.
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