martedì 2 marzo 2021
Pauline Klein
lunedì 1 marzo 2021
Wim Wenders
Nei vent’anni racchiusi negli Scritti 1968-1988 che compongono Stanotte vorrei parlare con l’angelo, c’è una curiosa progressione che parte da Easy Rider e arriva a Paris, Texas, due film antitetici eppure complementari, come se fossero le facce diverse di una stessa moneta. Wim Wenders comincia con l’attrazione fatale per rock’n’roll e per un’idea di America e attraverso il fluttuante universo del cinema (“Ogni immagine è anche un’unità conchiusa, una visuale, un momento di concentrazione, una durata nel tempo”) giunge ad affrontare un particolare senso della scrittura, arrivando a scoprire che “le storie, creando contesti, rendono la vita sopportabile”. Il percorso non è evidente ed emerge con una frequenza irregolare, che si nota soltanto con una visione panoramica e completa degli appunti di Wim Wenders. La scintilla iniziale è il fascino di Easy Rider e parte dalla percezione che “la musica americana viene sostituendo sempre più la produzione di senso che mano mano il cinema perde: dalla concentrazione di blues, rock’n’roll e country scaturisce qualcosa che deve venir colto non solo a livello auditivo ma anche visivo, in immagini come spazio e tempo”. L’istinto lo spinge anche più in là fino a dire che “i film sull’America dovrebbero essere fatti solo di totali, come già è per la musica sull’America”. Il rock’n’roll, forse anche più del cinema, è la costante degli appunti di Stanotte vorrei parlare con l’angelo: Van Morrison, i Creedence, gli Who, i Velvet, Monterey e la nascita di Sympathy For The Devil attraverso l’obiettivo di Godard, vista come “un’incredibile comunicazione, da un’intesa assolutamente impensabile, spontanea, giacché vedere l’utopia è cosa plausibile”, sono gli snodi non solo di una passione esclusiva, ma di un’interpretazione molto acuta di un linguaggio. Succede anche per il cinema per cui Wim Wenders arriva alla conclusione che “è prima di tutto una forma, la legge assoluta del cinema è che il film deve essere una forma, se no non racconta nulla. Per me la forma è, prima di tutto, avere un punto di vista preciso, prima di tutto come vedo e poi, forse, qualche volta, come penso. Nel fare un film io vedo molto e penso poco.”. I registi che affronta sono, tra gli altri Truffaut, Altman, Bergman, Fassbinder, e i loro film lo convincono che “nel rapporto fra immagine e storia, la storia è come un vampiro che cerca di succhiare il sangue all’immagine”. È la svolta che porta Stanotte vorrei parlare con l’angelo a concentrarsi sulla scrittura tout court e avviene intorno alla gestazione di Paris, Texas con Sam Shepard. Non è una coincidenza e, anche dal punto di vista musicale (l’indimenticabile capolavoro di Ry Cooder), è un cerchio che si chiude alla perfezione, anche se il rapporto di Wim Wenders con la scrittura resta contraddittorio: “In realtà credo che le storie siano menzogne; ma, MA in lettere maiuscole, ma le storie sono molto molto molto utili in quanto forma di sopravvivenza. Le storie sono una struttura artificiale che aiuta gli uomini a vincere le loro maggiori paure”. Eppure, nonostante le sue idiosincrasie (“Per me la scrittura è causa di angoscia; una sceneggiatura, un articolo, una lettera, è sempre la stessa cosa: le parole giungono inevitabilmente troppo tardi, come se questa fosse la loro natura”), Wim Wenders è molto generoso nell’affrontare lo spinoso argomento. Se da un punto di vista strettamente stilistico, “sembra logico che il narrare conduca a delle storie, nel senso che ogni parola vuol far parte di una frase e mi sembra che le frasi vogliano far parte di un contesto; dunque non è necessario forzare le parole perché facciano parte di una frase né le frasi perché facciano parte di una storia”, all’estremo opposto “è chiaro che c’è qualcosa di molto eccitante nelle storie; hanno molta forza, e un grande significato per la gente. Sembra che diano alle persone qualcosa che desiderano grandemente, ben più del semplice umorismo, o della suspense, o del divertimento. Penso che ciò a cui la gente aspira realmente è il contesto. E narrare vuol dire, qualsiasi cosa si narri, non fa differenza, creare un contesto. Le storie danno alla gente la sensazione che esista un senso e un ordine dietro l’incredibile confusione di tutti i fenomeni che ci circondano”. Qualche decennio dopo, con l’America alle spalle, e una dozzina di film sparsi per il pianeta, Wim Wenders si arrende e ammette “che le storie sono impossibili e che è impossibile vivere senza storie”. La destinazione è inevitabile, il bello è arrivarci.
venerdì 26 febbraio 2021
Bruce Chatwin
L’occhio assoluto è il “libro nomade” di Bruce Chatwin che rispecchiava l’intenzione principale riportata nei suoi taccuini: “Questo libro è stato scritto per il bisogno di spiegare la mia persona inquietudine, unito a una morbosa preoccupazione per le radici”. Il valore aggiunto, e singolare, è la componente fotografica che costituisce la parte più sorprendente che L’occhio assoluto mette a disposizione. Come per la scrittura, sono il taglio e la prospettiva a rendere del tutto originale e personalissima la visione di Bruce Chatwin. Nell’introdurre L’occhio assoluto, Francis Wyndham ne traccia un profilo perfetto: “Chatwin non girava il mondo fissando sulla pellicola magnifiche opere d’arte, edifici straordinari, paesaggi pittoreschi o bizzarri costumi locali. Spesso i dettagli su cui si soffermava sarebbero passati inosservati agli occhi di chiunque altro. Il loro valore risiede nel fatto che ci illuminano con un fugace bagliore il suo modo di vedere il mondo, ossia un paesaggio interiore rigoroso, sofisticato e inconfondibile”. Le immagini sono geometrie di colori, astrazioni delle forme e linee di luci e ombre: più il frutto di un pensiero, che di una rappresentazione. Nello stesso modo, gli appunti sono imperniati sulla generazione di un’ideale gamma cromatica: l’azzurro che in Africa domina in tutte le sue tonalità, l’austero bianco e nero della pellicola usata in Patagonia, le sfumature del tramonto in Mali (“Il cielo color peltro e il sole che vi sprofonda”) e a Kandahar (“Il sole tramonta senza trucchi da istrione, splende chiaro e dorato dietro la lastra grigia della montagna”) e poi i dettagli che si dilatano fino a occupare tutto lo spazio immaginabile: l’insegna di un hotel in Pakistan, i musi delle capre in Nepal, i pipistrelli a Giava, papaveri e margherite in Grecia, il capanno di Butch Cassidy, una chiesa abbandonata in Russia e un mausoleo a Herat, un televisore trasformato in una gabbia per uccelli in una vetrina di Lisbona. Bruce Chatwin ha un debole per le porte con tutta la loro specifica simbologia (“Nessuna casa fissa fino all’età di cinque anni, dopodiché lotte, tentativi disperati da parte mia di fuggire, se non fisicamente, almeno mediante l’invenzione di paradisi mistici”), ma è anche un narratore accorto (“Devo scrivere questo libro in maniera intelligibile”) che riesce a collocare ogni singola esperienza in un contesto molto più ampio. Un piccolo incidente di percorso gli permette di riflettere sulle modalità del viaggio, come quando, in Mauritania, resta bloccato nella sabbia: “È una strada di terra, ma il camion si è bloccato. Non vorrei guidare nel deserto senza avere molta più esperienza. Bisogna essere degli specialisti, ci vuole una grande abilità. Il segreto sta nel sapere quando scendere dalla macchina per esaminare la strada, e dopo averlo fatto, nel capire cosa comporterà l’andare avanti”. Capiterà ancora, ma per L’occhio assoluto le avversità sembrano aggiungere motivazioni nel raggiungere luoghi dove “ogni senso della realtà sembra assente”. Un accostarsi continuo alle evenienze del viaggio, alle manifestazioni del clima e della natura, sfidando “il solito orrore dei viaggi aerei” e mille peripezie, ma anche tenendo conto di realtà contraddittorie e violente. Le valutazioni di Bruce Chatwin sull’Africa, per esempio, restano ancora oggi stringenti e puntuali: “Gli aiuti di potenze straniere, comuniste e capitaliste, contribuiscono a creare masse urbane scontente, che non sono abituate a lavorare come intendiamo noi. Si accusano i sindacati di essere distruttivi. Ma le cose non stanno così, si tratta puramente di una reazione imprevista a una situazione impossibile”. E l’unica verità che mette in gioco Bruce Chatwin è che “la vera arte non può mentire, non per molto”. Ci si può fidare, L’occhio assoluto è stato sperimentato sul campo.



